MIART 2022

Fiera Internazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

Milano

di Edoardo Pilutti

Dopo l’edizione del 2021, che si era tenuta eccezionalmente a settembre per via della pandemia, ritorna a Fieramilanocity, nella sua ventiseiesima edizione, tradizionalmente nel mese di aprile, MIART.

Quest’anno sono 151 le gallerie provenienti da 20 nazioni, e suddivise in tre le sezioni: la prima, posta proprio all’inizio del percorso fieristico, Emergent, a cura di Attilia Fattori Franchini, è dedicata alle nuove gallerie ed a giovani artisti. La seconda, Established, comprende già affermate gallerie del contemporaneo assieme a quelle dedicate all’arte moderna ed all’architettura d’interni. La terza, Decades, a cura di Alberto Salvadori, esplora la storia del Novecento, dal 1910 al 2010, con ampie esposizioni di singoli artisti storicizzati.

Da segnalare il ritorno di numerose gallerie straniere: la Clearing da New York e Beverly Hills; sempre da New York la Andrew Kreps Gallery; la Lelong & Co e la Robilant+ Voena (con sedi anche a Londra, Milano e Parigi, e la nota Gian Enzo Sperone. Da Los Angelesla Moskowitz Bayse oltre alla M+B. La Galleria Continua, con sedi a Pechino, Dubai e Parigi; dalla capitale francese anche la Sans Titre e la Michel Rein, con sede pure a Brussels, come la Stems Gallery e la  Misako & Rosen che ha una sede pure a Tokyo. Da Berlino la Chertludde, la Volker Diehl Gallery, la Klemm’s, la Konig Galerie, per finire con la Meyer Riegger. E ancora gallerie dal Sud Africa (Johannesburg e Cape Town), da Budapest, da Lisbona, da Monaco, da Zurigo, da Bratislava, da Antwerp e da Vienna.

Come se non bastasse la vastità del panorama all’interno dei padiglioni fieristici, vastità arricchita dalla presenza anche di diciotto fra case editrici, associazioni culturali e riviste d’arte, la direzione di MIART, condotta da Nicola Ricciardi, ha organizzato, in collaborazione anche con istituzioni pubbliche, alcuni eventi musicali, di teatro e di danza. Tra questi, la proiezione in Triennale del video ripreso da Yuri Ancarani, dell’opera teatrale “Milano” del regista Romeo Castellucci; oltre alla conferenza-performance “Dying on Stage” del cipriota Christodoulos Panayiotou.

Dimenticata l’accoglienza da parte della sorveglianza privata che aveva l’incarico di perquisire ogni visitatore con un rilevatore elettronico di oggetti metallici, facendogli allargare le braccia; dimenticato il solito controllo ossessivo del certificato di vaccinazione anti Covid-19… l’ingresso nel padiglione dava come sempre la sensazione di entrare in un mondo altro, lontano da crisi economiche, lontano da disastri bellici, lontano da difficoltà di approvvigionamenti energetici.

Solo qualche giovane signora, forse volendo inconsciamente alludere ai tempi di guerra, indossava eleganti abiti con tessuti in analogia con le tute mimetiche militari.

Come si diceva, subito si profilavano le neonate gallerie emergenti, fra cui incuriosiva la romena GAEP di Bucharest che alternava stampe fotografiche di marine rese simili a pitture informali, con installazioni di sassi levigati dal mare.

Passando alla sezione delle gallerie consolidate, Lia Rumma presentava la fantasiosa terracotta con dei disegni preparatori di un artista egiziano, oltre ad un’installazione al neon di Alfredo Jaar (medico specializzato in psichiatria che da subito si rivolse all’arte, abbandonando la professione per la quale si era formato), installazione che riproduceva il verso finale della dantesca Divina Commedia: “e quindi tornammo a riveder le stelle”; un’allusione alla condizione disperata della perdizione umana, con la speranza di volgersi verso la redenzione e la luce.

Sempre da Lia Rumma, destavano interesse alcune stampe fotografiche di Ugo Mulas che ritraggono personaggi come Fausto Melotti, Luciano Fabro, Michelangelo Pistoletto, Pino Pascali, nei loro studi.

La Galleria Contini di Venezia, neI suo ampio spazio presentava, tra le altre, sculture dell’affascinante Igor Mitoraj, dell’astratto Pablo Atchugarry, dello scenografico Manolo Valdés, del neo pop Robert Indiana; e pitture su tela del geniale Enzo Fiore, dei realisti magici Julio Larraz e Fernando Botero e del materico informale Mario Arlati.

Proseguendo, ci si imbatteva nella Copetti Antiquari di Udine, che fra i tanti lavori esponeva un singolare dipinto con inserti scultorei creato a quattro mani da Emilio Scanavino e Alik Cavaliere. Si tratta di un’installazione con basamento, eseguita per la Biennale di San Paolo durante il sanguinario regime militare, detto anche dittatura dei Gorillas, a fine anni Settanta. Ma l’opera non fu mai esposta in America Latina, poiché rappresentava e rappresenta il massacro degli oppositori politici da parte dello stesso regime militare brasiliano: in ogni riquadro è scritto il nome di un martire della libertà, sotto a schizzi di un rosso sangue e di un nero luttuoso.

La Montrasio Arte, con sedi a Milano e a Monza, proponeva, tra varie opere di altri artisti, un ciclo di dipinti di Bepi Romagnoni. Nato a Milano nel 1930 in una famiglia borghese, Bepi frequentò l’Accademia di Brera negli anni dell’immediato dopoguerra, allievo di Aldo Carpi, che era appena tornato dalla mostruosa esperienza del campo di concentramento nazista.

Romagnoni, appassionato di filosofia esistenzialista, studioso di Sartre, insieme ad altri giovani pittori (Giuseppe Banchieri, Mino Ceretti, Giuseppe Guerreschi, Tino Vaglieri, Rodolfo Aricò) fondò il movimento del Realismo Esistenziale, centrato sulla dura fenomenologia della vita urbana, rappresentata con colori freddi e linee spigolose di derivazione cubista, dove protagonista è l’uomo a una dimensione, alla ricerca della smarrita identità.

Quando Bepi Romagnoni morì, nel 1964, durante un’immersione subacquea in Sardegna, a soli trentaquattro anni, era da poco stato invitato a Documenta III di Kassel, un’occasione per affacciarsi alla scena internazionale che non poté più cogliere.

Sono centocinquanta le gallerie in fiera, centocinquanta spazi, e tutte meriterebbero attenzione.

Ricordiamo ancora quella di Monica De Cardenas, con sede a Milano e a Zuoz (in Svizzera, non lontano da St. Moritz) con numerosi artisti internazionali: dalla straniante Chantal Joffe, all’essenziale e neometafisico Stephan Balkenhol ; dall’astrazione espressionista ma equilibrata diChung Eun-Mo al lirismo poetico di Gianluca Di Pasquale.

Concludiamo con la veronese Galleria dello Scudo che, nell’ambito della sezione Decenni, offriva al pubblico un’interessante personale del poliedrico Toti Scialoja (Roma, 1914 – 1998), pittore e poeta. Abbandonati gli studi giuridici, dopo un iniziale periodo espressionista a fine anni Trenta, negli anni Quaranta Scialoja si è orientato verso un linguaggio pittorico astratto-informale con una forte componente materica. Parte rilevante della sua attività è stata dedicata al teatro, per cui ha collaborato con scrittori, musicisti, registi e coreografi d’avanguardia.

Fra il 1955 e il 1965 viaggia e soggiorna in America e a Parigi, espone anche a New York, Manhattan, raggiungendo fama e notorietà internazionale ed entrando in contatto con gli altri protagonisti dell’espressionismo astratto, stringendo amicizia con Mark Rothko, Willem de Kooning e Robert Motherwell. Dal 1961 ha iniziato la scrittura di poesie, dedicata in parte all’infanzia. È stato docente e direttore dell’Accademia di belle arti di Roma, dove ebbe come allievi molti artisti contemporanei, quali Mario Ceroli, Pino Pascali e Jannis Kounellis.
Partecipa alla Biennale di Venezia nel 1950, 1952 e 1954; ancora nel 1964 e con grande successo nel 1984.

Sue opere sono presenti in numerosi musei italiani, fra cui la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, il Museo Novecento di Firenze; la Galleria civica d’arte Moderna e Contemporanea (GAM), Torino; il Museo Carandente, Palazzo Collicola – Arti visive a Spoleto, la Peggy Guggenheim Collection a Venezia.

Fotografie e testo di Edoardo Pilutti      edoardo.pilutti@gmail.com

MIART 2022

Arte ARTE, di Edoardo Pilutti Fotografia

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