Monet

Opere dal Musée Marmottan Monet di Parigi

Palazzo Reale Milano 2021

di Edoardo Pilutti

Negli stessi giorni in cui le gallerie d’arte contemporanea erano pressoché deserte, pur essendosi coordinate e sincronizzate per tenere aperto oltre ai consueti orari, all’insegna dell’avvento, col proposito di attirare un maggior numero di visitatori, a Palazzo Reale il pubblico stava pazientemente in fila per circa mezz’ora, gentilmente vessato dalle dovute richieste di misurazione della temperatura corporea, di esibizione e di controllo del certificato vaccinale, e della prenotazione per l’ingresso alla mostra del fondatore dell’Impressionismo Claude Monet, con opere provenienti dal museo Marmottan di Parigi.

Ci sarà un motivo per tanta disparità d’interesse da parte del pubblico: un’ipotesi potrebbe essere che, a parte un ridotto numero di collezionisti e addetti ai lavori, l’arte contemporanea abbia stancato, un po’ come ha stancato la politica, laddove i partiti non producono più idee ma sono diventati “un’accozzaglia di personaggi” (Radio 3 Rai, “Tutta la città ne parla”,  4 gennaio 2022). In effetti l’arte contemporanea di ricerca produce installazioni che paiono ricavate (e a volte lo sono davvero) da discariche di rifiuti ripuliti, lucidati e assemblati.

La pittura contemporanea è prevalentemente acida e sgradevole, volutamente dissonante: e la gente ne ha già abbastanza delle dissonanze personali e della società. L’Impressionismo è non solo una pittura gradevole, gioiosa, ma storicamente non è stata apprezzata subito, anzi inizialmente è stata derisa e stigmatizzata come “impressionante”, appunto, per il suo disfarsi del disegno a vantaggio del colore.  Quindi rappresenta la trasgressione e l’innovazione all’interno dell’armonia e dell’equilibrio. Monet stesso, dopo decenni di aspre critiche ostili, raggiungerà il successo solo verso i cinquant’anni: per l’epoca un’età anziana. Monet quindi rappresenta uno stereotipo atipico del pittore maledetto che però, anche se tardivamente, viene riconosciuto dalla società la quale scopre in lui un genio.     

L’esposizione promossa dal Comune di Milano – Cultura in collaborazione con Arthemisia, curata da Marianne Mathieu, storica dell’arte e direttrice scientifica del Marmottan, è suddivisa in sette sezioni e ripercorre in ordine cronologico tutte le tappe fondamentali, dagli esordi fino agli ultimi sviluppi, del percorso artistico del geniale parigino, del quale sono esposti 53 dipinti, tra cui  capolavori come Sulla spiaggia di Trouville (1870), Passeggiata ad Argenteuil (1875), Charing Cross (1899‐1901), Il Parlamento. Riflessi sul Tamigi (1905) le Ninfee (1916-1919) e Le rose (1925-1926), la sua ultima e straordinaria tela.

Il Musée Marmottan Monet – la cui storia è raccontata nella prima sala della mostra dove sono esposti pregevoli mobili in stile Consolato e Impero, pure raccolti e studiati dal suo fondatore il già avvocato Paul Marmottan ( Parigi  1856-1932) che ebbe in eredità un settecentesco edificio nobiliare dal padre Jules, storico e collezionista d’arte, edificio in cui fondò il museo —  possiede il nucleo più grande al mondo di opere di Monet, grazie alla donazione avvenuta nel 1966 da parte del figlio Michel, secondogenito del primo matrimonio con la musa ispiratrice Camille Doncieux (1847 – 1879).

Claude Monet è considerato il massimo esponente dell’Impressionismo, movimento che prende il nome dal suo quadro del 1874 intitolato “Impressioni-Sole nascente”, che un critico giornalista intendeva stroncare usando il termine in senso estremamente spregiativo.

Nato a Parigi nel 1840 ma cresciuto a Le Havre, al seguito della famiglia, manifesta fin da bambino interesse e talento per il disegno, eccellendo nelle caricature; viene istruito dall’inquieto maestro olandese Johan B. Jongkind (1819- 1891) e dal preimpressionista francese Eugene Boudin (1824 – 1898) sull’essenziale contemplazione dei vasti paesaggi naturali, del variare della luce fra le distese d’acqua marina ed i cieli, iniziando a praticare la pittura en plein air.

A Parigi, allora la capitale culturale del mondo, dove si trasferisce a soli diciott’anni (con tele , pennelli ed un piccolo gruzzolo risparmiato vendendo i suoi disegni a Le Havre)  per consiglio di Boudin, l’adolescente Claude frequenta lo studio del maestro svizzero Gabriel Charles Gleyre (1806 – 1874) per volere dei genitori, traendo giovamento soprattutto dall’amicizia con i giovanissimi Renoir, Sisley, Pissarro ed altri coetanei. Insieme, con entusiasmo si recano a Fontainebleau, immergendosi in un bagno di luce rigenerante per la loro creatività. Quello che Monet, assieme agli altri giovani artisti, riesce a cogliere è il fremito istantaneo della vita naturale, dall’illuminarsi repentino  del verde delle foglie colpite dal sole, ai cangianti riflessi di una superficie d’acqua su cui luci e ombre ricamano arabeschi.

Ebbe una vita segnata da difficoltà finanziarie e dal dolore. A vent’anni, nel 1861, inviato in Algeria per servizio militare obbligatorio, dopo meno di due anni finì in ospedale ammalato di tifo; grazie all’intervento di riscatto finanziario da parte della famiglia ed alle conoscenze della ziaMarie-Jeanne, poté evitare la coscrizione, che all’epoca in Francia durava sette anni. Tornato a Parigi, in seguito tentò il suicidio, gettandosi nella Senna, per la grande miseria dovuta all’insuccesso artistico. Talvolta era costretto a scappare di notte dalle stanze che prendeva in affitto, poiché non possedeva denaro per pagarle. Dal 1878 fu sostenuto economicamente da Edouard Manet, il quale però morì nel 1893.

Si distingueva per autoironia; gli si attribuiva una frase trasgressiva e irriverente: “Dormo sia con le duchesse che con le governanti, ma preferisco le governanti delle duchesse.

Nel 1879, quando aveva 38 anni, gli era morta l’adorata prima moglie, la modella Camille Doncieux , a soli 32 anni (per un tumore maligno o per una malattia polmonare, a seconda delle fonti storiche), dalla quale aveva avuto un figlio nel 1867, tre anni prima del matrimonio. Gli morì di leucemia anche la seconda moglie,  Alice Hoschedè (1844 – 1911), che aveva sposato nel 1892, avendola frequentata già dal 1876.   Gli morirono i grandi amici Sisley nel 1899 e Pissarro nel 1903.

Nel 1917 muore anche l’amico Degas. Ma è sorprendente come il suo genio abbia sempre saputo cogliere dalla natura impressioni di una felicità inalterabile e radiosa. Monet è il poeta del colore che porta sulla tela, con freschezza di sentimento, la sua impressione visiva delle meraviglie, grandi e piccole, di cui è costituita la natura.

Nel 1908  era stato aggredito da una patologia oculare e la vista gli si era cominciata ad indebolire.

Quando nel 1911 muore la moglie Alice, le condizioni della sua vista peggiorano ulteriormente. Difficile stabilire una relazione sicura tra causa ed effetto, ma secondo lo psicoanalista C. G. Jung le sincronie non sono casuali. La cataratta gli impediva forse di vedere troppo chiaramente e quindi molto dolorosamente la reiterata scomparsa della propria consorte, della propria metà? 

Il grande successo, giunto un po’ tardivamente, dell’esposizione dei dipinti realizzati in un suo viaggio a Venezia tra il 1908 ed il 1912 non servirà ad arrestare il progredire della cataratta: nel 1922 diverrà completamente cieco.

Nel 1923 si sottopone finalmente ad un’operazione all’occhio più colpito, traendone qualche beneficio. Dipingerà fino al 1925 in isolamento dal mondo. Proprio a causa della sua malattia, che non gli permetteva di percepire correttamente né contorni, né colori, negli ultimi anni ha dipinto paesaggi in cui le linee si scioglievano, quasi si disintegravano; ed i colori, divenuti non più attinenti ai soggetti ma ridottisi a prevalenze di bruni, rossi e verdastri, apparivano a volte dissonanti. Grazie alla sua malattia, Monet si è affiancato al percorso dell’arte astratta che stava allora iniziando a Monaco con Kandisky, Marc e Klee, e con Mondrian in Olanda prima, nella stessa Parigi poi e dal 1940 a New York. In qualche modo potrebbe essere stato un precursore o aver addirittura ispirato la pittura informale del veneziano Vedova e di tanti altri.

Il 6 dicembre del 1926 Monet muore per un tumore ai polmoni: in psicosomatica ogni patologia dell’apparato respiratorio ha un’attinenza con la disforia depressiva non mentalizzata. Probabilmente tutti i traumi subiti avevano lasciato un segno, ma lui ha lasciato la sua impronta nella Storia dell’Arte.

fotografie e testo di Edoardo Pilutti edoardo.pilutti@gmail.com                  

Monet. Opere dal Musée Marmottan Monet di Parigi

Palazzo Reale, piazza Duomo, Milano

da lunedì a domenica ore 10 – 19,30

ogni giovedì ed il 6 gennaio ore 10 – 22,30.

ultimo ingresso un’ora prima

prenotazione gruppi e Infoline tel. 02 892 9921

Arte Pittura

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