MOTHERBOY
Gió Marconi Milano
di Edoardo Pilutti
Le inaugurazioni da Gió Marconi sono sempre un evento mondano da non perdere, un evento affollato da giovani collezionisti, artisti, studenti, direttori di musei, addetti alle pubbliche relazioni, imprenditori, intellettuali e professionisti vari.

Il clima euforico, oltre che dalla presenza di una folla variopinta e vociante, è favorito, come in molte altre gallerie in occasioni simili, anche dalla distribuzione di bibite leggermente e gradevolmente alcoliche, che favoriscono la comunicazione tra i presenti e il gradimento delle opere esposte.

Due settimane fa è stata inaugurata una mostra sorprendente, che presenta opere recenti, selezionate dai due curatori, Stella Bottai e Gray Wielebinski, in accordo con i numerosi artisti partecipanti, prevalentemente stranieri: Sophia Al Maria; Jonathan Lyndon Chase; Patrizio Di Massimo; Bracha L. Ettinger; Hadi Falapishi; Jes Fan; Apostolos Georgiou; Allison Katz; Leigh Ledare; Maia Ruth Lee; Gaetano Pesce; Jenna Sutela; Gray Wielebinski; Kandis Williams; Bruno Zhu.
Motherboy, letteralmente figlio di mamma, e cioè “mammone”, è una mostra collettiva che si ispira a questo neologismo coniato nel 1952 dallo scrittore Corrado Alvaro, il quale si interrogava sulle ragioni che spiegassero i mali sociali dell’Italia; una delle ragioni fu individuata nell’iperprotezione materna verso i figli maschi.

La psicoanalisi contemporanea ha messo in luce, inoltre, il concetto dell’evaporazione del ruolo del padre come ulteriore fattore patogeno per l’intera società occidentale, non solo per quella italiana.
La psicoanalisi, fin dai tempi di Sigmund Freud, aveva anche scoperto che l’essere umano nasce essenzialmente bisessuale, anzi, perverso polimorfo per l’esattezza, e come siano le seguenti vicissitudini familiari nei primi anni di vita, in particolare il rapporto con la madre e con il padre, ed eventualmente con fratelli e sorelle, a determinarne l’orientamento sessuale.
Quindi, come si può scegliere il proprio consorte (oggetto d’amore in termini psicoanalitici), così si sceglie la propria identità sessuale: beninteso che si tratta di una scelta che avviene nei primissimi anni di vita, inconsciamente, scelta che poi viene generalmente confermata e resa definitiva in adolescenza. Talvolta può essere invece modificata in adolescenza o anche più tardi nell’età adulta.

In Motherboy, spaziando tra pittura, scultura, collage, installazione e video, l’allestimento presenta differenti atmosfere sui tre piani della galleria. Tra i motivi costanti del percorso espositivo vi sono posture e atteggiamenti come il cucinare, l’abbracciare, il dormire, il mettersi in posa; il significato di queste azioni è in relazione con le interdipendenze personali all’interno di una certa famiglia e riveste il significato di una sottintesa ma trasparente comunicazione affettiva.
Accanto a dipinti iperrealistici ve ne sono altri di genere espressionista, ed altri astratti o figurativamente frammentati. Non mancano le stampe fotografiche, alcune decisamente provocanti.
La mostra mette in scena varie riflessioni sugli aspetti talvolta grotteschi, tal altra teneri, del rapporto tra madre e figlio o figli, non disdegnando di evidenziarne alcuni aspetti patogeni, e affrontandone le conseguenze sulla realtà sociale.
Elaborando concetti quali identità sessuale, erotismo, amore, perversione, emancipazione e confusione, la collettiva è un tentativo di critica delle sovrastrutture sia matriarcali che patriarcali di questa società; è un tentativo di ricerca di relazioni familiari più soddisfacenti e autentiche, consapevolmente libere dal gravame della storia.
fotografie di Edoardo Pilutti
MOTHERBOY
23 novembre 2023 – 17 febbraio 2024
martedì – sabato ore 11 – 18
Giò Marconi
via Tadino, 20
20124 Milano
tel. +39 02 29404373
info@giomarconi.com
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