16° PHOTOFESTIVAL Milano

Alessandro Didoni e Gabriele Espis Spazio Raw

di EDOARDO PILUTTI

Superate le difficoltà organizzative e finanziarie dovute alle conseguenze della pandemia, sta avendo luogo la sedicesima edizione di Photofestival, una vasta costellazione di circa 150 esposizioni dislocate in gallerie e musei prevalentemente milanesi ma anche nelle province di Monza, Lecco, Pavia e Varese. La manifestazione si può seguire anche attraverso un articolato sito telematico.

“La natura e la città. Segni di un tempo nuovo” è il titolo di questo Photofestival che si è avvalso della direzione artistica di Roberto Mutti, coadiuvato da Cristina Comelli, Luca Servadei e Pierluigi Mutti del comitato organizzatore.

Un festival che si è proposto di ricercare i segni di innovazioni e di rigenerazioni dopo i traumi della pandemia, attraverso una ricognizione sul presente ed una rielaborazione del passato. In quest’ottica sono stati assegnati due premi dall’Associazione Italiana Fotografi: il premio AIF 2021 alla carriera a Ferdinando Scianna (“…per la straordinaria capacità d’indagare nei meandri del linguaggio fotografico, dando vita ad una ricerca coraggiosa e spavalda, capace di portare l’immagine sui confini di un’espressività mai seriosa bensì ricca di vitalità.”) ed il premio AIF nuova fotografia a Camilla Ferrari (“…per la serietà e la costanza con cui si sta affermando nel mondo del fotogiornalismo, cercando sempre tematiche complesse e non scontate, affrontate con autentica partecipazione ed uno stile decisamente personale.”).

Tra le altre, appaiono caratterizzate da estrema originalità la prima e da vitale importanza la seconda, le due mostre presentate da Spazio RAW, una piccola galleria nel secondo cortile di un palazzo d’epoca milanese a due passi dalle colonne di S. Lorenzo.

La prima, allestita fino al 13 ottobre, s’intitola “Sulla tua pelle” ed espone stampe di Alessandro Didoni, il quale precisa di essere stato interessato alle cicatrici da molto tempo; poiché le cicatrici raccontano sempre una storia, sono testimonianza di una ferita subita e fisicamente superata. Inoltre, offrono uno spunto per riflettere su argomenti come l’autolesionismo, la violenza, l’identità sessuale.

Ora in galleria è ancora disponibile il catalogo della mostra, e primo libro fotografico di Didoni, “On your skin” edito da 89 Books, che raccoglie tutte le immagini dell’autore sull’argomento, molto più numerose delle stampe in mostra, affiancate da spiegazioni ed esternazioni dei soggetti ritratti; ad esempio quella di Beatrice, affetta da dermatite atopica e portatrice di una cicatrice da intervento chirurgico (artrodesi toracica e lombare strumentata) correttivo di una scoliosi. Suggestive sono le parole della stessa Beatrice: “Ho avuto un problema di salute dietro l’altro, ma mi sento bene nella mia pelle e nel mio corpo. Il mio corpo, a volte dilaniato, odioso, inguardabile, che mi ha costretto su letti di ospedali, che mi ha fatto vivere tante situazioni di disagio, che mi ha fatto passare notti insonni, insanguinato lenzuola. Il mio corpo, che ho imparato con fatica ad amare e che alla fine mi ha resa estremamente sicura di me. Vedermi in queste foto mi ha fatto male, poi mi sono sforzata di riconoscermi. E mi piaccio.”

La dichiarazione di Beatrice allude al godimento insito in ogni malattia fisica, come ha scoperto la psicoanalisi d’avanguardia contemporanea, approfondendo e svolgendo le teorie freudiane. Il dolore provocato dalla malattia comporta al soggetto che lo prova una soddisfazione che non è riuscito a procurarsi in un altro modo. Gli ospedali, quindi, potrebbero essere considerati luoghi non solo di sofferenza ma anche di godimento, un godimento inquinato dalla pulsione di morte.

Illuminanti, anche per capire più a fondo le dinamiche mentali di coloro il cui corpo è vittima di incidenti, malattie, o interventi chirurgici, sono le parole di Agatha, che presenta cicatrici da tagli autoinflitti con lametta: “Mi chiudevo a chiave in bagno, mi toglievo la maglietta, mi posizionavo davanti allo specchio, mi tagliavo, mi guardavo per qualche minuto; poi mi sciacquavo, mi asciugavo, mi mettevo dei pezzi di carta sulle braccia, (…). Oltre a tagliarmi con rasoio e forbici, mi graffiavo con le unghie. A scuola mi chiudevo in bagno e scorticavo la pelle sulle braccia graffiando con forza più volte sullo stesso punto, in gesti compulsivi, mentre mi dondolavo sulle gambe ripiegate contro il petto. La cosa indispensabile per me era provare dolore, far uscire sangue e vedere le ferite trasformarsi in segni indelebili sulla pelle. Iniziai presto anche a fumare, perché ero attratta dalla scritta sul pacchetto di sigarette: Il fumo uccide.  La brace della sigaretta accesa mi scatenava un impulso simile a quello che avevo provato vedendo il rasoio di mio padre. Avevo trovato un modo nuovo per farmi male: mi spegnevo le sigarette addosso: la puzza della carne bruciata, come quella del mio sangue rappreso, era una puzza rassicurante, la puzza del mio dolore.”

Quest’ultima confessione getta luce su uno dei possibili significati dell’autolesionismo: provare un dolore fisico, ascrivibile ad una causa materiale e precisamente identificata, per distogliersi da un dolore psichico probabilmente maggiore, difficile da analizzare, difficile da comprendere, difficile da elaborare.  

Didoni esegue fotografie di una grande semplicità compositiva, a volte spiazzanti per la loro crudezza, con luce naturale e nessun intervento di post-produzione. Didoni (Cernusco sul Naviglio, 1977) oltre ad aver pubblicato i suoi scatti su varie riviste ed aver partecipato ad alcune esposizioni nazionali (fra cui la Triennale della Fotografia a Palazzo Zenobio, Venezia), ha pubblicato due romanzi (Trauma di Stato, Autodafé Edizioni, 2013 e Stella di periferia, Nulla Die Edizioni, 2017) e una raccolta di racconti.

Nel 2021 ha inaugurato La Bottega del Ritratto a Vimodrone, nello stesso spazio in cui suo nonno aprì uno studio di fotografia nel 1957. La forza della tradizione, la potenza dell’identificazione familiare.

Altra mostra tuttora in corso allo Spazio RAW, in collaborazione con Bifoto Festival della Fotografia in Sardegna è quella di Gabriele Espis intitolata “Wetlands. Le terre d’acqua”, consistente in una rilevazione fotografica del paesaggio nelle zone umide della provincia di Oristano, e delle numerose specie animali e vegetali che lo costituiscono. Le stampe hanno un equilibrio compositivo classico, sia che si tratti di stagni racchiusi fra canneti sia che si tratti di cicogne, gru, oche selvatiche, folaghe, fistioni, volpoche, germani, falchi e alzavole volteggianti nei cieli o plananti su specchi d’acqua.

Obiettivi del lavoro di Espis sono la promozione della cultura fotografica sarda e soprattutto la comunicazione dell’esistenza di territori naturali da proteggere e da difendere sia dall’inquinamento ormai globale (Greta Thumberg docet) che dalle mire speculative di pochi avidi costruttori appoggiati da politiche predatorie, in ottemperanza anche alla convenzione di Ramsar.

Gabriele Espis (Terralba, OR, 1980), ha pubblicato diverse immagini in riviste di settore e di viaggio, ed ha preso parte alla stesura di tre volumi fotografici: “Sardegna 20 storie di Natura” per Carlo Delfino Editore; “Boschi e Foreste d’Italia”, edito dall’AFNI (Associazione Fotografi Naturalisti Italiani); “Una Montagna di Vita”, concernente i cambiamenti climatici sulle montagne italiane, edito dal CNR (Centro Nazionale delle Ricerche).

Fotografie d’insieme di Edoardo Pilutti                                                    edoardo.pilutti@gmail.com

Copyright Alessandro Didoni e Gabriele Espis

Galleria Spazio RAW

Corso di Porta Ticinese, 69  (secondo cortile)  Milano

info@spazioraw.it    tel. 339 3690535

fino al 3 novembre 2021

milanophotofestival.it

Fotografia Gallerie

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