Youssef Nabil – Once upon a Dream

Palazzo Grassi, Venezia 2021

di Edoardo Pilutti

Contemporaneamente alla straordinaria mostra di Henri Cartier-Bresson, a Palazzo Grassi si è tenuta, per la cura di Matthieu Humery e Jean-Jacques Aillagon, un’altra interessante esposizione chiusa per pandemia, riaperta per sei giorni lo scorso febbraio e poi richiusa in anticipo definitivamente: la prima grande retrospettiva del fotografo egiziano Youssef Nabil, del quale sono stati esposti circa 120 lavori tra fotografie e video, dal sapore decisamente onirico e garbatamente dissidente rispetto alla cultura propagandata dall’attuale regime dispotico.

L’Egitto è una terra dalla cultura plurimillenaria, capace di esprimere artisti classici, lontani dall’omologazione globale delle sterili avanguardie occidentali, come Youssef Nabil.

 Nato al Cairo nel 1972, da adolescente viene attratto dal cinema, dall’erotismo garbato ma esplicito delle protagoniste dei film in bianco e nero che la cinematografia egiziana allora era in grado di produrre. A vent’anni inizia a fotografare gli idoli del cinema nazionale: produce così stampe in bianco e nero che vengono dipinte a mano una per una, secondo un procedimento ancora comunemente in uso fino agli anni Ottanta. Si laurea all’Università ‘Ayn Shams del Cairo, nella storica Facoltà di Belle Arti.

Verso la metà degli anni Novanta si trasferisce a New York (nemo profeta in patria) dove lavora come assistente in importanti studi. Nel 1999 fa ritorno in Egitto per qualche tempo, ma deciderà in seguito di stabilirsi tra Parigi e New York. Nel 2003 vince il premio Seydou Keita per la ritrattistica, alla Biennale di Fotografia Africana a Bamako, in Mali. Nel 2010 ha sceneggiato e diretto il suo primo cortometraggio You Never Left (Non sei mai partito), con gli attori Fanny Ardant e Tahar Rahim. Seguiranno gli altri due film: nel 2015 I Saved My Belly Dancer  (Ho Salvato la Mia Danzatrice del Ventre), di 12 minuti, e nel 2016 Arabian Happy Ending (Lieto Fine Arabo), di 28 minuti. 

I suoi lavori sono stati esposti in numerose sedi museali tra cui il British Museum di Londra, il Centro de la Imagen di Città del Messico, Il North Carolina Museum of Art (USA); il Centre de la Cultura Contemporània di Barcellona, il Centro Andaluz de Arte Contemporàneo a Siviglia, e la Aperture Foundtion di New York.                                                                             

Come dichiara il titolo della mostra, C’era una Volta un Sogno, i soggetti di Nabil sono ambientati nel regno del sonno, oltre i confini della coscienza, in un mondo senza tempo in cui regna il desiderio. Si tratta di sogni sereni anche se connotati spesso da solitudine e mancanza. L’artista riesce a dar vita ad una dolce e nostalgica realtà immaginaria, che tiene ben lontani i paradossi delle ingiustizie sociali e dei soprusi tanto frequenti nel Medio Oriente.

Nel perseguire i suoi progetti creativi, Youssef Nabil si ispira alla classicità, a quella della sua cultura araba soprattutto (quella più aperta, ad esempio quella della danza del ventre) ma anche a quella della storia dell’arte occidentale, come nel video in cui una donna materna, velata come una Madonna, tiene fra le braccia il corpo seminudo di un giovane esanime.

foto d’insieme di Edoardo Pilutti  edoardo.pilutti@gmail.com

YOUSSEF NABIL

ONCE UPON A TIME

catalogo trilingue (italiano, inglese, francese), 160 pagine co-edizione di Marsilio Editori, Venezia, e Palazzo Grassi – Punta della Dogana progetto grafico Studio Sonnoli

con testi di:

Jean-Jacques Aillagon, curatore della mostra

Matthieu Humery, storico della fotografia e curatore della mostra

Linda Komaroff, curatrice e responsabile del Dipartimento di Arte del Medio Oriente del museo LACMA di Los Angeles

e una conversazione tra l’artista Youssef Nabil e André Aciman, scrittore

di Edoardo Pilutti Fotografia Fotografia, di Edoardo Pilutti

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