Henri Cartier-Bresson. Le Grand Jeu. Palazzo Grassi, Venezia. Bibliothèque Nationale de France, Parigi 2021

di Edoardo Pilutti

Dopo la chiusura a cui sono stati obbligati tutti i musei da inizio novembre, per prevenire la famigerata pandemia, Palazzo Grassi ha riaperto la straordinaria mostra Henri Cartier-Bresson Le Grand Jeu solo per sei giorni in febbraio; l’ingresso è stato gratuito, per dare un segnale di incoraggiamento alla ripresa culturale. Poiché non potevano venire comunque dei visitatori da fuori regione, l’affluenza è stata notevole ma non eccessiva, e la coda all’esterno di Palazzo Grassi più quella nel cortile interno era soltanto di un’ora circa.

La mostra, organizzata con la Bibliothèque nationale de France e in collaborazione con la Fondation Henri Cartier-Bresson, è basata sulla Master Collection, una selezione di 385 scatti (sulle decine di migliaia effettuati) operata dallo stesso Henri nel 1973, su invito di due amici collezionisti, Dominique e John de Menil. Esistono sei copie di questo nucleo dell’opera del grande fotografo, custodite ciascuna in una sede diversa: il Victoria and Albert Museum di Londra, la University of Fine Arts di Osaka, la Bibliothèque nationale de France, la Menil Foundation di Houston, la Pinault Collection e la Fondation Henri Cartier-Bresson.

Per questa occasione la Master Collection è stata sottoposta allo sguardo di cinque curatori: il collezionista François Pinault (tra i più grandi collezionisti d’arte al mondo, nato in Bretagna, iniziò la sua fortuna nel 1963 col commercio di legname, lasciando nel 2003  la direzione dell’impresa al figlio, il quale l’ha trasformata in un gruppo colossale nel settore del lusso); la fotogiornalista e fotografa pluripremiata Annie Leibovitz; lo scrittore e docente universitario spagnolo Javier Cercas; il famoso regista tedesco Wim Wenders; la conservatrice della BnF e docente universitaria di storia della fotografia Sylvie Aubenas.

Il risultato è il confronto tra cinque punti di vista sul lavoro dell’“Occhio del secolo” (soprannome meritato dall’insigne fotografo), per cui alcune stampe si ritrovano in più d’una delle cinque sezioni, avendo attirato l’attenzione di più d’uno dei cinque curatori.

Ognuno dei cinque ha selezionato una cinquantina di immagini dell’artista fra le 385 della Master Collection, operando ciascuno all’oscuro delle scelte degli altri quattro, e scegliendo indipendentemente l’allestimento della propria sezione.

Ad esempio Wenders ha fatto dipingere di nero tutte le pareti delle sale da lui gestite, inserendovi anche un video che lo riprende mentre commenta tacitamente e sceglie le stampe fotografiche.

Nell’eccezionale video (intitolato Alla ricerca dello sguardo di Henri Cartier-Bresson), Wenders resta impassibile, sempre con la medesima espressione seria e concentrata, quasi sognante, senza parlare: ma i suoi pensieri sono pronunciati dalla sua voce (in inglese, con sottotitoli in italiano o in tedesco con sottotitoli in francese), viene attuato una sorta di auto-doppiaggio.

E sono pensieri suggestivi: “Stava passando di lì e si è fermato giusto un istante… E ha fotografato l’atto del vedere, immortalando questi due guardoni… Noi vediamo, quindi esistiamo. Siamo identificati dal nostro modo di vedere… Anche quest’altra foto è un omaggio all’atto del vedere, anche se non vediamo il volto della protagonista araba, velata, che indica il panorama agli altri… i suoi occhi dicono egualmente: “Guardate e vedete!”

E’ come se Cartier-Bresson si fosse trasformato in una di quelle donne… è come se volesse vedere come vedevano le persone che guardava. Sono sbalordito da come una foto così spettacolare possa essere anche così semplice… Anche qui, tutto ruota attorno all’atto di vedere… Era così interessato dagli occhi della gente: come se racchiudessero l’intera persona. Siamo definiti dai nostri occhi.

Anche in quest’altra foto scattata in Russia colpiscono gli occhi ritratti… anche quelli dell’immagine di Stalin alla parete… Gli occhi, ecco cosa gli interessava nei ritratti… Sartre! Qui siamo davanti ad un uomo e alla sua visione del mondo… tutto è nei suoi occhi dietro alle lenti tonde… Samuel Beckett: due occhi che guardano dentro, più che fuori… Camus: che sguardo simpatico; un volto che esprime amore e vulnerabilità…

Che visione contemporanea aveva Henri: qui ci sono due corpi seminudi, avvinghiati, scattata in Messico nel 1934… verrebbe da dire 2034… E ciascuno di noi vede in maniera diversa anche le fotografie di Cartier-Bresson… Abbiamo molto da imparare da lui, non solo dal punto di vita tecnico o estetico, ma semplicemente dalla natura dei suoi occhi, da quanto amava ciò che vedeva, da quanto amava noi, l’umanità. Da com’era gentile il suo sguardo.” (W. Wenders)

Centrale per Cartier-Bresson è la costruzione istantanea dell’immagine; per lui:” La realtà è un delirio caotico. E in questa realtà bisogna operare una scelta che riunisca in modo equilibrato lo sfondo e la forma… in una geometria… ovvero in una struttura.”

Secondo il curatore generale dell’insieme delle cinque sezioni, Matthieu Humery, Il grande gioco del titolo, si riferisce non solo al tema della casualità, esplorato dai surrealisti, ma anche alla giocosità del lavoro (scatti, stampe e selezioni) fatto dal maestro. “Tuttavia, in francese la parola “jeu” si avvicina a “je”, che significa “io”.

Le Grand Je viene celebrato in primo luogo attraverso l’omaggio all’opera di un unico artista e, simultaneamente, attraverso l’“io” di ogni curatore che emerge, in controluce, nella scelta delle immagini.” (M. Humery).

Aggiungerei che Cartier-Bresson è riuscito a fermare, con tempismo e precisione magistrali, un insieme di innumerevoli momenti di quello che è il grande gioco della vita: momenti di leggerezza, di svago, di quotidianità a volte anche drammatica e addirittura tragica.

Famosa una sua frase molto significativa: “La fotografia può fissare l’eternità in un istante”.

Henri Cartier-Bresson nasce a Chanteloup, vicino Parigi, nel 1908. La sua è una famiglia francese ricca, prestigiosa e influente. Dopo gli studi giovanili di pittura, trascorsi nell’atmosfera artistica e trasgressiva della capitale francese, decide di dedicarsi alla letteratura, seguendo i corsi dell’Università di Cambridge.

Le sue conoscenze e la sua profonda passione per le arti figurative lo portano a frequentare l’ambiente dei Surrealisti negli anni Venti del Novecento, sempre attratto dalla pittura, che esercita intensamente ma con la quale però non ha alcun successo; agli inizi degli anni Trenta matura una coscienza politica e sociale, che lo spingerà ad impegnarsi nel fotogiornalismo.

Grazie ad un viaggio in Africa e ad una permanenza di un anno in Costa d’Avorio, dal 1932 si dedica professionalmente alla fotografia, con una Leica, suo unico apparecchio. Nel 1933 espone per la prima volta nella galleria Julien Levy a New York. Nello stesso anno una sua grande mostra è allestita a Città del Messico. Le foto surrealiste, scattate durante i suoi viaggi in Messico ed in Europa fra il 1932 ed il 1935, lo resero famoso come artista che si esprimeva per mezzo della macchina fotografica.
Nel 1935, durante un soggiorno negli Stati Uniti d’America, si avvicina alla cinematografia, grazie anche all’amicizia che lo lega al fotografo e regista newyorkese Paul Strand.

Al suo ritorno in Europa, nel 1936 lavora come assistente del grande regista francese Jean Renoir (Une partie de campagne e La règle du jeu), quindi, nel 1937 firma personalmente il film Return to life, assieme ad altri due documentari dedicati alla guerra civile di Spagna, tornando a lavorare con J. Renoir anche nel 1939.

Durante la Seconda Guerra Mondiale Cartier-Bresson entra nella resistenza francese continuando a svolgere costantemente la sua attività fotografica. Catturato ed imprigionato dai nazisti,nel 1943 riesce a scappare al terzo tentativo, riuscendo a documentare la liberazione di Parigi dall’occupazione tedesca nell’agosto 1944.

Subito dopo produce una serie di ritratti d’artista pubblicati da Editions Braun e nel 1945 gira Le Retour, un documentario sul rientro in patria di prigionieri di guerra e deportati. Il MoMA di New York gli dedica una mostra nel 1947. Nello stesso anno, insieme a Robert Capa, David Seymour, George Rodger e William Vandivert fonda l’agenzia Magnum Photos.

Nei tre anni successivi, intraprende un viaggio in Oriente, fotografando numerose realtà internazionali. Rientrato in Europa, pubblica il suo primo volume, Images à la Sauvette, nel 1952.

Nel 1954 è il primo fotografo a essere autorizzato a entrare in Unione Sovietica dall’inizio della Guerra Fredda.  Nel 1955, viene organizzata la sua prima retrospettiva presso Il Louvre, a Parigi.
Continuerà a viaggiare per il mondo. Nel 1966 avviene il suo distacco dall’agenzia che aveva fondato e si svolge un’altra mostra a Parigi che lo consacra definitivamente come grande artista della fotografia di strada.
Nel 1979 è New York ad organizzare un tributo al suo genio: è proprio in quel periodo che Henri Cartier-Bresson inizia gradualmente a ridurre la sua attività fotografica per dedicarsi al suo primo amore artistico: il disegno e la pittura.

Nel 2000 insieme alla seconda moglie, la fotografa belga di trent’anni più giovane Martine Franck, e col contributo della loro figlia Mélanie, crea la Fondation HCB, destinata a conservare la sua opera.

Henri Cartier-Bresson muore a novantasei anni il 3 agosto 2004 a Montjustin in Alta Provenza.

foto d’insieme: Edoardo Pilutti    edoardo.pilutti@gmail.com

immagini singole copyright Fondation HCB

Henri Cartier-Bresson. Le Grand Jeu

Bibliothèque nationale de France, Parigi

date previste dal 13 aprile 2021 al 22 agosto 2021 (salvo variazioni per misure antipandemiche)

Catalogo inedizione trilingue (italiano, inglese, francese), 304 pagine, 63,00 €

Pubblicato in co-edizione da Marsilio Editori, Venezia; Palazzo Grassi – Punta della Dogana; Bibliothèque nationale de France

Progetto grafico di Studio Sonnoli, Leonardo Sonnoli e Irene Bacchi

Con testi di François Pinault, François Hébel, Agnès Sire, Aude Raimbault (direttore, direttrice artistica e conservatrice della Fondation H CB), Matthieu Humery, Sylvie Aubenas, Javier Cercas, Annie Leibovitz, Wim Wenders.

La celebre Master Collection, formata dalle 385 fotografie che Henri Cartier-Bresson selezionò, tra il 1972 e il 1973, come le più importanti e significative della sua carriera, viene pubblicata integralmente.

Fotografia Fotografia, di Edoardo Pilutti

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