Prima, donna. Margaret Bourke-White 

Fotografia a Palazzo Reale. Milano, 2020

di Edoardo Pilutti

Un’esposizione inedita che si spera possa riaprire dal 15 gennaio (una volta messa sotto controllo la diffusione della pandemia), curata da Alessandra Mauro e organizzata dal settore Cultura del Comune di Milano in collaborazione con Contrasto, raccoglie oltre cento immagini, rappresentative e  talvolta straordinarie,  realizzate da Margaret Bourke-Whitefotogiornalista statunitense emblematica per la capacità, lo sguardo artistico e la tenacia nello svolgere tale attività.  

ll titolo evidenzia l’importanza del genere femminile nella produzione della cultura mondiale e per il progresso anche sociale e scientifico dell’umanità. 

Pioniera dell’informazione tramite la fotografia, subito pubblicata su riviste come Fortune e Life, Margaret Bourke-White ha trattato varie tematiche: dalle prime immagini dedicate al mondo dell’industria metalmeccanica, alle cronache visive del secondo conflitto mondiale in Europa (con particolare riguardo ai campi di sterminio nazisti); dai celebri ritratti di Stalin e Gandhi, al Sud Africa della segregazione razziale ed all’America dei conflitti tra bianchi e neri, fino alle prime vedute aeree del suolo e delle metropoli statunitensi. 

Le stampe fotografiche in mostra, provenienti dall’archivio di Life a New York, sono raggruppate in undici differenti sezioni: L’incanto delle acciaierie, Conca di  Polvere, Life, Sguardi sulla Russia, Sul fronte dimenticato, Nei campi (di sterminio), L’India, Sud Africa, Voci del Sud bianco, In alto e a casa, La mia misteriosa malattia (in cui si lascia fotografare da un collega)- che, in una scansione cronologica, tracciano il percorso della lunga carriera di Margaret Bourke-White e mostrano la sua abilità creativa e insieme narrativa.

Accanto alle fotografie, una serie di documenti anche personali ed autobiografici, ed un’avvincente intervista in un video di circa quindici minuti.  

Nata a New York nel 1904, affascinata edipicamente da un padre inventore e appassionato di fotografia e di tecnologia, che muore improvvisamente quando lei ha solo 17 anni, Margaret nel 1921 inizia a frequentare la Columbia University, dove frequenterà anche corsi di fotografia, per continuare a sentirsi vicina al padre. Poco più che ventenne, con alle spalle già un divorzio dopo due anni di matrimonio, inizia a fotografare i paesaggi universitari campestri alla Cornell University dello stato di New York. Ben presto si trasferisce a Cleveland (Ohio) dove aprirà uno studio fotografico dedicandosi alle riprese di fabbriche e fonderie. 

Nel 1929 l’editore di Time che ha visto alcune sue immagini, la invita a New York per collaborare con la neonata rivista Fortune. Aprirà il suo studio all’ultimo piano del grattacielo Chrysler, con tanto di due alligatori come animali domestici. Un carattere originale, stravagante, volitivo, connotato da energia, inventiva, gusto estetico: famosi saranno i suoi abiti e cappelli di colore coordinato col panno della macchina fotografica. Nel 1930, a soli 26 anni, verrà inviata da Fortune sia in Germania che in Russia (prima fotografa straniera ad essere ammessa in URSS, Unione Repubbliche Socialiste Sovietiche), dove raccoglierà documentazione per il suo primo libro: Eyes on Russia

Nel 1936, per studiare gli effetti economici devastanti della Grande Depressione, inizierà una serie di inchieste sociali, con particolare attenzione agli Stati del Sud, in seguito a cui nel 1937 pubblicherà un altro libro col secondo marito ( ancora un matrimonio che durerà pochi anni), lo scrittore Erskine Caldwell, col quale realizzerà anche altri volumi sulla Depressione

Sempre nel 1936 sarà sua la foto di copertina della nuova rivista Life, dove pubblicherà numerosi servizi densi e folgoranti. 

Continua a viaggiare, nulla pare affaticarla. Torna in Europa, prima a Berlino poi a Mosca, dove si trova allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Come inviata di guerra per Life seguirà l’esercito statunitense in Inghilterra, in Nord Africa, in Italia (per cinque mesi da Napoli a Cassino e poi a Roma, documentando battaglie e ospedali da campo) ed infine in Germania dove nell’aprile 1945 entrerà, per prima come fotografa, nel campo di concentramento di Buchenwald appena liberato, fissando alcune di quelle immagini crude e strazianti testimoni dello sterminio operato dai nazisti. 

Finita la guerra, andrà in India per documentare il distacco dall’impero britannico e la separazione dal Pakistan. 

Sarà poi la volta del Sud Africa, dove smaschererà l’apartheid, la distruzione della cultura tribale indigena da parte dei bianchi, lo sfruttamento dei bianchi sui neri: introducendosi nelle aziende agricole, nei campi; e calandosi nei cunicoli delle miniere di oro e diamanti. 

Seguirà un viaggio nella Corea in guerra, per documentare la straziante divisione di un unico popolo in due stati contrapposti. 

Riprenderà infine le inchieste sulla segregazione razziale nel Sud degli Stati Uniti, intensificando la tecnica delle riprese aeree. Proprio durante uno di quei voli, l’elicottero su cui si trovava precipitò in mare, causando per fortuna solo la perdita di quattro sue macchine fotografiche.  

Nel 1952 le viene diagnosticato il morbo di Parkinson, contro cui lotterà per vent’anni in modo estenuante. Nel 1971 morirà all’età di sessantasette anni, dopo aver comunque pubblicato nel 1963 la sua autobiografia: Portrait of Myself, il libro che più le stava a cuore. 

“Scrivere un libro è diventato il mio modo per digerire le esperienze che vivo”, ha affermato Margaret; ma la comparsa della malattia neurologica di Parkinson sembra porre degli interrogativi: forse non tutto è stato metabolizzato psichicamente, e quindi si è riversato sul corpo, a soli 48 anni. 

Margaret era consapevole di condurre una vita isolata dal mondo (la sua residenza dalla fine degli anni Quaranta era in una villa isolata in mezzo ai boschi del Connecticut, dove viveva e scriveva i suoi libri da sola, e dove ogni tanto riceveva qualche amico come il collega Robert Capa) e strana: andava a dormire alle otto di sera e si svegliava alle quattro del mattino. Ammetteva di vivere una vita vagabonda e credeva di avere una stabilità emotiva: ma il suo corpo non l’ha seguita, ha manifestato una instabilità neurologica ed un irrigidimento motorio sempre più gravi. 

Alcuni studi di medicina psicosomatica evidenziano un collegamento tra una depressione non mentalizzata, (e quindi rimossa, ignorata) e l’insorgenza del Parkinson. Altri, condotti all’Università di Torino (BenedettiFrisaldi, Lanotte e altri) nel 2009 e nel 2017dimostrano addirittura l’efficacia dell’effetto placebo (un fenomeno psicobiologico per cui si verifica un successo terapeutico grazie soltanto alla suggestione) su tale malattia neurodegenerativa. 

Della sua infermità Margaret scrive, nella sua autobiografia, come di un’Idra tentacolare, un essere mitologico spaventoso e del passato, che le impediva di controllare i movimenti del proprio corpo. Se si pensa che tutta la sua vita è stata un continuo movimento in giro per il mondo, è come se la malattia l’avesse costretta a fermarsi, a stabilire relazioni continuative (e purtroppo per lei anche di dipendenza) da alcune persone precise: medici, fisioterapisti, infermieri. Aveva avuto fine così lo sforzo enorme di condurre una vita controcorrente.

fotografie d’insieme di Edoardo Pilutti edoardo.pilutti@gmail.com 

fino al 14 Febbraio Palazzo Reale

piazza Duomo 12     MILANO 

ore 09.30 – 19.30; giovedì: 09:30 – 22:30. Lunedì chiuso.

Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Temporaneamente chiuso per pandemia.

Fotografia Fotografia, di Edoardo Pilutti

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