Fabio Amaya. Per un’architettura della solitudine

FONDAZIONE MUDIMA MILANO, 2020

di Edoardo Pilutti 

Una delle tante mostre che la pandemicamente preventiva chiusura di musei e gallerie ha impedito di visitare tra novembre e dicembre, è stata quella di un artista di tipo rinascimentale, Fabio Amaya, che sa spaziare come pochi altri in diversi campi dell’arte e del sapere, dalla pittura alla scrittura saggistica e narrativa, fino alla docenza universitaria. 

Amaya, consulente d’importanti case editrici italiane fin dal 1976, da allora risiede a Milano, essendo nato nel 1950 in Colombia, paese natale anche di Fernando Botero e Gabriel Garcia Marquez. Quindi è un innocente erede dei conquistatori spagnoli che nel Cinquecento iniziarono a sterminare i popoli dell’America del Sud, e perciò porta su di sé il peso dei conflitti e delle ingiustizie che hanno caratterizzato quel continente nel passato, ma che in altro modo lo caratterizzano anche oggi.  

Le opere presentate in questa occasione alla Fondazione Mudima sono dei disegni potenti, intrisi di un’intensa drammaticità, di un’oscura sofferenza psichica e fisica. Il suggestivo impatto visivo dell’immagine si fonda sul mistero che pervade ognuna di esse. Gli scenari sono vaghi, parrebbero volersi riferire a strutture architettoniche le quali però vengono frammentate, scomposte, sono quasi astratte. Le scene rappresentano solitudini, incertezze, prevaricazioni. Ma anche desiderio erotico impossibilitato a realizzarsi in una relazione fra due corpi. 

Lo psicoanalista francese Lacan affermava: “ Non esiste rapporto sessuale”. Intendeva che anche quando due corpi sono uniti in un amplesso, ciascuno avverte e pensa al proprio piacere; il godimento è narcisistico, personale, non può essere condiviso. E i lavori di Amaya lo confermano, drammaticamente. 

I suoi lavori potrebbero essere ricondotti al Realismo Esistenziale, una corrente pittorica che aveva preso l’avvio negli anni Sessanta attraverso giovani formatisi con i maestri Carpi e Messina all’Accademia di Brera: Bodini, Banchieri, Ceretti, Cremonini, Ferroni,Guerreschi, Leddi,Luporini, Romagnoni, Vaglieri e Vespignani.

L’esistenzialismo è un flusso di pensiero filosofico che è nato con il danese Soren Kierkegaard, il quale già nell’Ottocento condusse le sue riflessioni su temi quali il senso dell’esistenza, la difficoltà della comunicazione, la pervasività dell’angoscia. Anche il tedesco Arthur Schopenhauer per alcuni aspetti contribuì a tale indirizzo filosofico. Nel Novecento l’esistenzialismo fu ripreso dal tedesco Martin Heidegger e, nel secondo dopoguerra, dai francesi Albert Camus e Jean Paul Sartre.        

Abbiamo posto a Fabio Amaya alcune domande.

Per saper disegnare in modo così straordinario, hai frequentato delle scuole d’arte?

Da ragazzo ho frequentato il liceo classico dai Gesuiti, la scuola più antica del paese, fondata a Bogotà nel 1604. Nel 1967 ho iniziato l’Università in Colombia a Bogotà: presso la facoltà di Arte e Architettura, che era stata riformata nel 1968, quando hanno riunito il Conservatorio, l’Accademia di Belle Arti, la scuola di Cinema e Fotografia, e la facoltà di Architettura. I primi tre anni avevano corsi di studi uguali per tutti; poi c’era il biennio specialistico.  

In che anni hai frequentato Arte e Architettura?

Dal 1967 al 1972. Poi, uscito dall’Università, sono entrato nel collettivo di artisti Taller 4 Rojo; anzi, sono stato uno dei quattro fondatori del gruppo. Gli altri tre (Granada, Giangrandi e Arango) hanno opere al MoMA di New York, e tutti e quattro abbiamo esposto alla Biennale di Venezia. 

Hai sempre percorso la strada del disegno, della figurazione, anche all’inizio della tua attività artistica negli anni Settanta, quando non era certo di moda?

Ho avuto sempre due filoni nella ricerca pittorica: uno nella figurazione, la figura umana come segno di espressione; l’altro nell’astrazione geometrica. Mondrian e Modigliani che erano contemporanei, o Picasso e Matisse, sono stati maestri della mia generazione; come anche, e soprattutto, Francis Bacon, per me. 

Perché senza titolo i tuoi disegni su carta intelata?

Vorrei precisare che la carta è montata su tela con colla naturale, cioè incollata a mano su tela di lino. In passato i poeti miei amici davano titoli ai miei dipinti. Ora non ritengo necessario mettere i titoli a ciascun lavoro, avendo dato un titolo complessivo, Per un’architettura della solitudine, alla serie di disegni; come se in un romanzo si dovesse dare un titolo ad ogni frammento del libro. 

Tu crei solo disegni? 

Io dipingo anche. Avevo fatto già una  mostra di pittura alla Fondazione Mudima nel 2009. Ho esposto in vari musei in giro per il mondo, dal MoMA di New York nel 1992 alla biennale di Venezia del 1981. E poi anche in America Latina, a Berlino, in Asia. 

Nella mostra attuale, come mai la scelta del rigoroso bianco e nero? 

Questa è una modalità di espressione essenziale che solo il disegno può dare. Avevo iniziato a disegnare con matite a grafite più morbida, ma il risultato non mi convinceva. Poi mi sono accorto che ci voleva una matita più dura: i disegni esposti sono tutti fatti con la matita B. E ne ho esposti solo 10 su 35 di questa serie. La grafite rende bene l’idea della solitudine, che è qualcosa di potente, è un ente astratto come il potere, che sospende e inchioda i corpi nello spazio, come a costruire appunto un’architettura della solitudine. 

Nei tuoi lavori grafici, oltre all’incomunicabilità fra donna e uomo, vi sono alcune scene di prigioni.

Il mondo è pervaso da violenza. Colonialismo, visione eurocentrica. Anche il mio paese d’origine, la Colombia, ha la violenza nella sua storia. Sono uno di quelli che si occupa ancora di queste tematiche, anche in letteratura. 

Quali gallerie ti rappresentano?    

Non sono addentro al giro delle gallerie, ma conosco bene i galleristi. Faccio un tipo di lavoro che non è appetibile dal mercato dell’arte contemporanea, dalla commercializzazione che ne viene fatta. 

Hai scritto anche dei libri, saggi, poesie?   

Negli ultimi quarant’anni ho insegnato all’Università di Bergamo: Arte e letteratura latino americana; quindi ho pubblicato monografie dedicate a scrittori come Marquez e Borges, oltre a vari articoli: in tutto un centinaio di saggi. 

Ti pare di riuscire nel tuo intento di denuncia della solitudine e della violenza, di cui è pervaso il mondo, meglio con le arti visive o con la letteratura?

Sono due linguaggi diversi. Ma alla fine è un testo unico, sia che venga dipinto, o scritto, o cinematografato. 

La Fondazione Mudima (acronimo di Museo Di Maggio), costituita nel 1989 da Gino Di Maggio, è stata la prima in Italia nell’ambito dell’arte contemporanea. Nella sede di Milano ha presentato varie mostre di artisti di rilievo internazionale (fra cui Joseph Beuys, Jean-Michel Basquiat, Marcel Duchamp, Piero Manzoni, Mimmo Paladino, Michelangelo Pistoletto, Yoko Ono, Nam June Paik). Svolge inoltre un’attività di promozione della musica (lunga la collaborazione con John Cage) e della letteratura contemporanea, anche attraverso l’organizzazione di conferenze e presentazione di libri e cataloghi di varie case editrici. 

Numerose sono le sue collaborazioni con istituzioni di rilievo internazionale come la Biennale di Venezia (“Ubi Fluxus ibi Motus” nel 1990, con cinquanta artisti da tutto il mondo; l’esposizione di J. Cage oltre all’organizzazione del padiglione della  Corea nel 1993; la collettiva “The Bearable Lightness of Being” nel 2008 con Marina Abramovic, Candida Hofer, Yoko Ono e altre); come il museo di Yokohama in Giappone nel 1994 per la collettiva “Italiana” su Arte povera e Transavanguardia;  come Palazzo Reale di Milano (Manzoni, Ferroni, Spagnulo e Chia nel 1996; César nel 1998);  come il Museum of Contemporary Art di Los Angeles (USA) nel 2009, o come il Toyota Municipal Museum of Art (Giappone) nel 2000 e nel 2009. 

Il progetto della Fondazione Mudima è quello di celebrare le avanguardie storiche internazionali, e contemporaneamente di riscoprire e riproporre artisti dimenticati dal mercato e dalle mode, unicamente a scopo culturale.  

Gino Di Maggio, presidente della Fondazione, negli anni Sessanta aveva iniziato a frequentare la galleria di Arturo Schwarz a Milano, e con l’artista surrealista Sergio Dangelo aveva viaggiato per tutta l’Europa, interessato allo studio della creatività artistica, spinto dal voler comprendere le profonde motivazioni psicosociologiche della produzione di un’opera d’arte. 

E la domanda su cosa differenzia un artista da una persona “normale” attende ancora delle risposte.  

fotografie di Edoardo Pilutti  edoardo.pilutti@gmail.com 

FONDAZIONE MUDIMA

www.mudima.net    info@mudima.net

Via Tadino, 26  20124 Milano 

Catalogo  Fabio Amaya. Per un’architettura della solitudine

testi di Gino Di Maggio, Gabriel Saad, Alvaro Medina;

versi di César Vallejo

edizioni mudima  2020     pagine 110   euro 20,00 

ARTE, di Edoardo Pilutti

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