Galleria Giovanni Bonelli, MARCO PACE – ALESSANDRO BAZAN – FULVIO DI PIAZZA, Milano e Pietrasanta, 2020

GALLERIA GIOVANNI BONELLI, MARCO PACE – ALESSANDRO BAZAN – FULVIO DI PIAZZA, MILANO E PIETRASANTA, 2020 di Edoardo Pilutti

Poco lontano dal Centro Direzionale e dai grattacieli di Porta Nuova, nel rinnovato quartiere Isola, due esposizioni di dipinti, passate piuttosto sotto silenzio a causa delle chiusure e limitazioni a prevenzione della funesta pandemia virale, meritano un accenno non solo per il loro interesse intrinseco, ma anche in quanto emblematiche del progetto di ricerca che la galleria Giovanni Bonelli persegue dalla sua fondazione.

 La prima, programmata tra febbraio e fine marzo, s’intitolava “Le possibilità del sogno” e presentava opere del toscano Marco Pace, che è nato a Lanciano nel 1977, vive e lavora a Firenze, ed ha partecipato a varie collettive e personali, anche in sedi museali, in tutta Italia.

   Il tema del sogno è affascinante ed intrigante: già ad inizio Novecento Sigmund Freud scoperse le possibilità di raggiungere, proprio tramite il sogno, alcuni contenuti dell’Inconscio, cioè di quella parte dell’apparato psichico di cui ciascun essere umano non è consapevole, ma che lo guida dal profondo della mente verso scelte, azioni, sintomi e malattie anche somatiche.

   Cent’anni di studi psicoanalitici hanno messo a punto un procedimento scientifico atto ad interpretare queste produzioni inconsce della mente, di cui ricordiamo solo una piccola parte, chi più chi meno. Il sogno è come un linguaggio straniero e inizialmente incomprensibile con delle regole sintattiche costanti ma con un lessico specifico per ogni soggetto. Infatti il sogno va interpretato prendendo in considerazione ciò che viene in mente al sognatore, attraverso l’enunciazione delle associazioni libere di pensieri. Per essere interpretato il contenuto manifesto del sogno deve essere scomposto i tutti i suoi elementi, su ciascuno dei quali il sognatore puo’ formulare le sue associazioni di pensiero; quindi gli elementi e le relative associazioni di pensieri vanno inseriti nel contesto della vita attuale del sognatore; e poi vanno riferiti ai suoi ricordi d’infanzia e di adolescenza. All’interno di questa procedura vi sono degli accorgimenti: come l’unificare più elementi in uno solo, o scinderne uno solo in numerosi; dare più rilievo ad elementi che sembrano poco importanti; ribaltare le valenze affettive di qualche elemento, così come i rapporti di causa ed effetto, i rapporti temporali e quelli spaziali; per ultimo, riservarsi di tradurre il significato simbolico di qualcuno degli elementi.

   Nei suoi dipinti Marco Pace ferma dei frammenti di sogno, immagini che probabilmente fanno parte dello svolgersi di un racconto onirico; e riesce e renderli, quei frammenti, con un disegno preciso ed evanescente al tempo stesso, in cui crea paesaggi magici abitati da creature mitologiche od animali, ottenendo un profondo effetto straniante.

   Comunque ogni sogno rappresenta la realizzazione di un desiderio, e ben lo sa Pace che nella prima serie di grandi disegni a carboncino e piccoli monotipi ha rappresentato il desiderio di liberarsi dalle oppressioni e dalle ansie della vita familiare e sociale; nella seconda serie di oli, denominata Arcadia, raffigura il desiderio di una vita in armonia con l’ambiente naturale, prevalentemente un paesaggio bucolico governato da antiche divinità mitologiche e forze benefiche; nell’ultima serie di oli di varie dimensioni, rappresenta il conflitto fra il desiderio che prevalga la natura nelle sue forme geografiche, vegetali e animali ed il desiderio di valorizzare l’architettura contemporanea che per lo più comporta una distruzione della natura.

   La seconda mostra nella sede milanese, appena conclusasi a fine luglio, comprende i dipinti di due importanti  esponenti della “Scuola di Palermo”: Alessandro Bazan (Palermo, 1966) e Fulvio Di Piazza (Siracusa, 1969). Ciascuno di loro ha esposto in sedi istituzionali italiane (fra cui la prestigiosa 54° Biennale di Venezia, la Galleria d’Arte Moderna di Palermo, la Quadriennale di Roma) ed internazionali ( dal Goethe Museum di Dusseldorf all’Istituto Italiano di cultura di Los Angeles) oltre che in varie gallerie europee. Bazan inoltre è docente presso l’Accademia di B.B. A.A. di Palermo.

   Il titolo della mostra, curata da Marco Senaldi, è “Astratta” e si riferisce al termine latino “ab trahere” e cioè condurre via, distaccare; infatti i quadri esposti, attraverso una loro potenzialità allegorica, hanno la capacità di condurre il pubblico su altri piani di realtà.

   I dipinti di Fulvio Di Piazza risucchiano il visitatore in un incubo dove regna il caos, dove si agita una minaccia si distruzione, dove si combattono battaglie fantasmagoriche di esseri fantastici, tutti contro tutti: un’azzeccata immagine allegorica della società attuale, delle vessazioni burocratiche, della distruzione ecologica, della sopraffazione imperante. Inoltre Di Piazza, col suo dipingere, vuole ripercorrere alcune tappe evolutive delle tecniche pittoriche che sono mescolate in ogni sua tela: si va dal tratto settecentesco e ottocentesco, piatto e terso, alle pennellate impressioniste fino al colore materico; e la compresenza di varie tecniche e stili nella medesima tela ha un sapore provocatorio e polemico.

Le immagini dei quadri di Alessandro Bazan sono meno bellicose ma altrettanto oniriche: nell’olio “Volare” è rappresentato il classico sogno di volare, dove l’osservatore è colui che vola più in alto di tutti, e guarda sotto di lui figure umane, prevalentemente donne, fluttuare o precipitare sopra le cime di avveniristici grattacieli  colorati da una strana luce verde. In altri grandi quadri, pochi personaggi spaesati su terreni desertici o disseminati di rifiuti, si trovano come dispersi in territori misteriosi e difficili, spesso con gli abiti sdruciti. Un’allegoria della difficoltà del vivere e dell’orientarsi nella contemporaneità, difficoltà che spinge verso una originale visionarietà, che permette di sopravvivere.

   Ed è proprio la creatività visionaria che accomuna i giovani pittori scelti da Giovanni Bonelli, quella creatività che basandosi su figurazioni surreali, oniriche e metafisiche, esprime il mondo interiore di ogni artista, richiamando l’attenzione del pubblico, visitatori e collezionisti, sulla realtà del proprio mondo interiore anche inconscio.

  La Galleria Giovanni Bonelli ha una sede anche in Toscana, a Pietrasanta, cittadina confinante con Forte dei Marmi in provincia di Lucca, dove fino alle prime settimane di settembre è allestita una collettiva con lavori di alcuni  maestri del Novecento, datati fra gli anni Settanta e i giorni nostri: per la pittura Rodolfo Aricò, Alighiero Boetti, Nicola De Maria, Tano Festa, Virgilio Guidi, Massimo Kaufmann. Mimmo Paladino, Mauro Reggiani, Remo Salvadori, Salvo e Mario Schifano; FabrizioPlessi e Daniel Spoerri per l’installazione; Giuseppe Bergomi, Girolamo Ciulla e Bertozzi & Casoni per la scultura, rispettivamente in bronzo, marmo e ceramica.

   Il titolo della mostra “Storage” identifica sia il luogo fisico nella galleria dove solitamente si conservano le opere più preziose, sia la capacità di archiviazione e quindi la memoria.

   Memoria, ricordo degli anni Settanta e degli altri decenni succedutisi fino a questo momento in cui siamo chiamati a superare difficoltà imprevedibili, a trovare nuove soluzioni a grandi problemi che l’umanità si era trovata ad affrontare già in un lontano passato, al di fuori però del teatro della globalizzazione.

Galleria Giovanni Bonelli

Pietrasanta, via Nazario Sauro 56         pietrasanta@galleriagiovannibonelli.it

Milano, via L. P. Lambertenghi 6          info@galleriagiovannibonelli.it

http://www.galleriagiovannibonelli.it

foto singole opere: courtesy Galleria Giovanni Bonelli, photocredit Roberta Vagliani Studio

foto d’insieme: photocredit Edoardo Pilutti

ARTE, di Edoardo Pilutti

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