“COME IN UNO SPECCHIO” Fotografie di GIANNI BERENGO GARDIN Fondazione Forma per la fotografia Milano, 2020

“COME IN UNO SPECCHIO” Fotografie di GIANNI BERENGO GARDIN – FONDAZIONE FORMA per la fotografia, MILANO, 2020 di Edoardo Pilutti

     Siamo tempestati da volubili e infedeli dati statistici sull’evoluzione dell’epidemia Sars Covid 19, dai pareri e dalle ipotesi di epidemiologi, infettivologi, microbiologi, farmacologi, fisici e matematici. Rare sono le interviste giornalistiche a filosofi e psicoanalisti, che potrebbero pure aiutarci a capire qualcosa di più di ciò che sta sorprendentemente accadendo. Nel mondo contemporaneo, dove il cosiddetto progresso industriale è più avanzato (Cina, Europa, Stati Uniti), eravamo tutti risucchiati in un turbine di attività frenetiche, senza rispetto per la natura, per l’equilibrio dei mari, degli oceani, dei ghiacciai, delle campagne, delle spiagge, delle colline, delle montagne, degli altipiani, dei fiumi, dei torrenti, della fauna mondiale che nei cinque continenti continua ad essere progressivamente annientata dall’uomo.

     Ora un microbo vagabondo ci ha fermati, magari solo per due o tre mesi, ma ci ha fermati.

     Si spera soprattutto che poi ci serva di lezione, per il futuro.

     Anche i musei, le fondazioni e le gallerie d’arte in questo periodo di assedio per prevenire il propagarsi dell’epidemia da corona virus, devono restare chiusi; chiusura a tempo indeterminato, dopo un’altalena fra la serrata dell’ultima settimana di febbraio e la riapertura del 4 marzo, pur con ingressi contingentati, per ridurre al minimo il rischio di contagio del nuovo virus influenzale tra i visitatori.

     A maggior ragione cerchiamo di informare sulla impegnativa antologica di Gianni Berengo Gardin, presente a Milano, alla Fondazione Forma Meravigli, inaugurata l’11 febbraio scorso e che doveva essere visitabile fino al 5 aprile: “Come in uno specchio. Fotografie con testi d’autore”.

     Testi d’autore, poiché la caratteristica di questa antologica è che ciascuna delle stampe fotografiche esposte sono accompagnate da una serie di presentazioni e riflessioni elaborate dai ventiquattro protagonisti dell’arte e della cultura italiana che le hanno selezionate: registi cinematografici, architetti, artisti e fotografi, critici d’arte, sociologi, scrittori e persino uno psichiatra del gruppo basagliano dell’ospedale di Trieste. I loro testi,

affiancati a ciascuna delle ventiquattro stampe in mostra, propongono inedite considerazioni e sottili riflessioni sul valore estetico e sul peso di testimonianza antropologico culturale del lavoro condotto per sessant’anni e più da uno dei massimi maestri della fotografia nazionale e mondiale.

     Proprio in questo periodo in cui la vita quotidiana è stata stravolta, è vitale riprendere un contatto con alcuni aspetti, normali o intriganti, di quello che è stato il vivere quotidiano, in particolare nella società italiana, immortalata rigorosamente in bianco e nero (tecnica che stimola l’insorgere di un sottile stato d’ansia) da Berengo Gardin in un milione e ottocentomila fotogrammi.

     Per fare alcuni esempi, Jannis Kounellis scelse l’immagine con, sulla sinistra, un monaco che si avvia verso una porta, e sulla destra una immobile icona religiosa, sottolineandone la metafisicità, l’equilibrio architettonico e la prospettiva rinascimentale, la fissazione di un’identità religiosa acquisita e familiare.

Il sociologo Domenico De Masi evidenzia la capacità profetica dell’immagine in cui degli operai tarantini vanno sparpagliati verso la fabbrica, in modo disunito, come a dimostrare di essere stati fiaccati dal consumismo, dalla globalizzazione e dalla tecnologia; e sconfitti, almeno per ora, dai padroni.

     Lo scrittore e giornalista Maurizio Maggiani, a proposito dello scatto in cui Giuseppe Ungaretti, sostenuto dalla moglie Milena Milani “di cent’anni più giovane”, appare sospeso tra lo slanciarsi verso i contestatori sessantottini di piazza San Marco ed il prendere un definitivo commiato da loro, sottolinea non solo la capacità del fotografo di trovarsi al posto e nel momento giusto, ma proprio quella di saper cogliere l’attimo significativo e irripetibile.

     Ferdinando Scianna sviluppa alcune considerazioni squisitamente filosofiche, di una sottile analisi esistenziale, sul fluire del tempo e sullo studio che il fotografo ne fa, a proposito di due stampe simili che ritraggono una coppia all’interno di due differenti automobili ferme di fronte al mare. Il tutto non senzauna qualche ironia (che è anche autoironia, essendo pure Scianna uno dei più grandi maestri italiani) sul senso di onnipotenza divina che pervade il fotografo nel ricreare e riordinare il mondo.

     L’architetto Stefano Boeri mette in luce la simmetria tra l’equilibrio del paesaggio toscano riprodotto e “la pacata precisione dello sguardo di un artista”, concludendo che le fotografie di Berengo Gardin “hanno la grazia di qualcosa che sembra esserci sempre stato. Sono mondi da abitare”.

     Su un’istantanea del 1959 che ritrae una coppia che si bacia in piedi sotto i portici delle Procuratie Nuove di piazza San Marco, l’artista Alfredo Pirri scrive una profondamente poetica considerazione sulla correlazione tra il tempo di un bacio ed il tempo dell’otturatore ottico. Ancora una volta viene sottolineata la metafisica del tempo in Berengo Gardin, che riesce a includere nelle sue immagini la speranza ed il senso della vita e dell’amore eterno.

      Accompagna la mostra il libro Vera fotografia pubblicato da Contrasto. L’intera produzione e l’archivio di Gianni Berengo Gardin sono gestiti da Fondazione Forma per la Fotografia di Milano.

Edoardo Pilutti                      edoardo.pilutti@gmail.com 

per le immagini singole: copyright Gianni Berengo Gardin / courtesy Fondazione Forma

foto d’insieme di Edoardo Pilutti

2 Comments

Rispondi