Punta della Dogana e Palazzo Grassi – La Fondazione PINAULT a Venezia, 2019

Punta della Dogana e Palazzo Grassi – La fondazione Pinault – di Edoardo Pilutti

     Leggermente ansiogena e depressiva la mostra  “Luogo e Segni” a cura di Mouna Mekouar e Martin Bethenod  presso Punta della Dogana,  una delle due sedi veneziane della Fondazione Pinault, ristrutturata ed aperta al pubblico dieci anni fa. Non si vuole mettere in dubbio la validità dei curatori  che già avevano realizzato progetti e ricoperto incarichi di tutto rispetto in vari musei ed istituzioni europee, nordafricane ed asiatiche ( da Marrakech a Tokyo, da Parigi a Shangai).

Sarà stato anche il buio della sera precoce incombente sulle acque pericolose della laguna in un freddo lunedì di fine novembre, ma la sensazione, studiando l’allestimento nei vari saloni, era quella di un profondo scoramento. E forse questo era anche l’intento dei curatori, mettere il visitatore a contatto con delle emozioni profonde ed inquietanti, come quando si va a colloquio con uno psicoanalista.

     Infatti i curatori, nella loro presentazione in catalogo, disquisiscono sul paesaggio interiore, cioè l’insieme complesso di emozioni, sentimenti, pensieri consci ed inconsci, che l’esposizione spingerebbe ad attraversare mentre la si visita.

     Va precisato comunque che senza le spiegazioni contenute nel prezioso libretto guida che viene consegnato a tutti all’ingresso, sarebbe difficile rendersi conto che la gigantesca tenda fatta di perline rosse e bianche, posta a coprire interamente l’ingresso al primo enorme salone (opera di Felix Gonzalez-Torres, Cuba 1957, Miami USA 1996), simboleggia il sangue con i suoi globuli rossi e bianchi, colpiti da un virus malefico. E non sarebbe evidente neppure il significato del film di Anri Sala (1974, Tirana, Albania) “1395 giorni senza rosso”, 44 minuti in cui non viene proferita una parola, in cui le persone attraversano le strade di corsa da un angolo all’altro come in un rituale assurdo, mentre ogni tanto si ode qualche scoppio; il tutto intervallato dalle prove di un’orchestra che esegue  “La Patetica “ di Tchajkovskij; e una giovane musicista percorre le vie di un’anonima città per unirsi all’orchestra, mugugnando l’aria suonata contemporaneamente dai colleghi in sala prove: è uno dei 1.395 giorni dell’assedio di Sarajevo, la guerra nei Balcani Occidentali ( ai confini italiani) inizio anni Novanta, ma non si vede alcunché riguardante una guerra, niente soldati, né armi, né corpi assassinati, né sangue. Si tratta più che altro della rappresentazione mnesica ( cinestetica, gestuale, sonora, surreale) di un grave evento, qualcosa di oscuramente grigio che ha segnato la memoria di chi l’ha vissuto.

     L’originalità della mostra consiste anche nell’intento, da parte degli artisti, di mettere in dialogo le proprie opere ( un centinaio prodotte da 36 autori fra cui unici italiani Giovanni Anselmo, Alessandro Piangiamore e Carol Rama) con un testo poetico ( fra cui quelli di Etel Adnan, Giorgio Caproni, Emily Dickinson, Federico Garcia Lorca, Fernando Pessoa, Ezra Pound ), mentre più scontato sembra il sottolineare l’importanza della memoria (effettivamentefondamentale in qualsiasi attività umana come in ogni forma d’arte), in questo caso ponendo l’accento sulla memoria dei luoghi, della storia, delle relazioni umane.

     Più solare appare l’esposizione quasi esclusivamente pittorica delle opere di Luc Tuymans (Mortsel, Belgio, 1958) il quale fin dalla metà degli anni Ottanta (avendo iniziato a dipingere fin dagli anni Settanta con gli studi accademici ad Anversa per dedicarsi dal 1981 fino al 1985 solo alla fotografia ed alla ripresa cinematografica) ha contribuito alla rinascita del mezzo espressivo pittorico nell’arte contemporanea.

     Il titolo della mostra è “La Pelle”, proposto alla curatrice dallo stessoTuymans ed ispirato al romanzo omonimo di Curzio Malaparte (1898 – 1957) pubblicato nel 1949, che narra alcuni aspetti, anche quelli più truculenti, del dopoguerra a Napoli.

     A prima vista gli oltre ottanta dipinti raccolti di Tuymans appaiono luminosi, rilassanti, piacevoli: ma osservandoli colpisce una luce perturbante, rarefatta,  che spinge a riflessioni sulle varie questioni esistenziali e storiche affrontate e rappresentate, magari attraverso l’ingigantire di dettagli, dall’artista.

     La curatrice Caroline Bourgeois, una laurea in psicoanalisi (così afferma la biografia ufficiale) all’Università di Parigi nel 1984 e conservatrice presso la Pinault Collection, afferma:” …pur ispirandosi a immagini preesistenti, il suo approccio non è quello della rappresentazione perfetta…poiché la pittura deve comportare un vuoto, un difetto, un’assenza…”; ed è ciò che porta il visitatore a sviluppare un pensiero, a riflettere su episodi, dinamiche storiche mondiali e situazioni individuali gravi.

     Due esempi: l’unica opera musiva presente, ed il quadro scelto per essere rappresentato nei manifesti murari e nello striscione all’ingresso. Nell’atrio di Palazzo Grassi è stato realizzato per l’occasione un mosaico di oltre 80 mq, che riproduce il dipinto del 1986, “Schwarzheide”, dal nome di uno dei campi di concentramento nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale; il dipinto di Tuymans riprendeva un disegno realizzato da un prigioniero di nascosto dai militari sorveglianti tedeschi, disegno che per essere salvato era stato tagliato in strisce.

Il dipinto su tela scelto come emblema della prima personale di Tuymans in Italia, è ispirato da un romanzo incentrato su un’orribile distopia: in un futuro non lontano vi saranno dei giochi a premi per persone colte ma di classi sociali non fortunate, che vorranno tentare la scalata a classi sociali privilegiate e ricche: ma attenzione, chi sbaglierà le risposte ai quesiti posti verrà irrevocabilmente condannato alla morte per avvelenamento, un avvelenamento che avverrà segretamente e di nascosto attraverso l’indispensabile cibo quotidiano; il volto della ragazza ritratta è quello di chi ha appena sbagliato la risposta ad una domanda.

                        Edoardo Pilutti                              edoardo.pilutti@gmail.com

LUOGO E SEGNI

Punta della Dogana, Dorsoduro, 2   (vaporetto linea 1) VENEZIA

fino al 15 dicembre 2019

LA PELLE

Palazzo Grassi, San Samuele, 3231 (vaporetto linea 1 e 2)  VENEZIA

fino al 6 gennaio 2020

ore 10 -19, chiuso il martedì

tel. 041 2001057  www.ticketlandia.com   palazzograssi.it

ARTE, di Edoardo Pilutti

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