FORESTA M9

Un paesaggio di idee,

comunità e futuro

Museo del Novecento Venezia-Mestre

di Edoardo Pilutti

   Nell’immaginario collettivo le foreste rappresentano un luogo remoto e difficilmente penetrabile. Proprio per cercare di modificare questa atavica visione legata ad una concezione del passato (forestiero indicherebbe colui che viene dalla foresta, cioè straniero e diverso rispetto al cittadino), nel salone delle mostre temporanee del Museo del Novecento a Mestre è stata organizzata un’esposizione con l’insediamento di oltre seicento alberi alti fino a quattro metri. La spettacolare installazione, curata da Luca Molinari e Claudio Bertorelli, è nata come simbolo di rinascita del museo M9 dopo gli undici mesi di chiusura per la pandemia virale.

   Il visitatore si è così trovato negli stessi enormi spazi che avevano ospitato la mostra di fotografia inaugurale “L’Italia dei fotografi” (vedi nostro articolo di giugno 2019), ma questa volta immerso in un’oasi di serenità e di pacate sensazioni profonde, infuse da una foresta di olmi, frassini, ligustri, ciliegi, noccioli, prugnoli, biancospini, carpini, farnie, querce ed altre essenze arboree,   sovrastanti con la loro chioma un’altra varietà di vegetazione sottostante, alta circa mezzo metro, caratteristica del sottobosco.

   L’installazione era completata da approfonditi resoconti storici sulla sorte delle foreste venete di pianura negli ultimi due millenni, e dalla documentazione relativa ai progetti politici di far rinascere, almeno in piccola parte per ora, i querceti dell’antichità dominati da gigantesche farnie (Quercus peduncolata), capaci di raggiungere i cinquanta metri d’altezza. La prospettiva auspicata è quella di rimboschire entro il 2050 almeno l’1% della superficie della pianura veneta, pur rispettando le necessità della produzione agricola. Gli interventi di rimboschimento saranno fatti quindi proprio in prossimità dei centri urbani, delle aree industriali, e delle nuove opere infrastrutturali (strade, ferrovie).

   Si da il via così all’inderogabile processo di rigenerazione urbana, anche su scala metropolitana. Sinergicamente all’esposizione Foresta M9, sono stati organizzati, dall’adiacente Marina Bastianello Gallery, due eventi performativi.                                                                         

   L’intento delle due performance realizzate all’interno del Museo del Novecento in questo periodo , è stato sempre quello di promuovere un futuro diverso. La prima è stata effettuata da  Francesco Piva (Venezia 1991; laureato in Nuove tecnologie dell’Arte all’Accademia di Venezia nel 2016, è un artista interessato all’indagine sull’ambiente sonoro, allo studio di tutti i  suoni che ci circondano per mezzo anche delle nuove tecnologie elettroniche; nel 2019 aveva partecipato ad un progetto organizzato dalla Fondazione Pinault in cui veniva reinventato il paesaggio sonoro del Canal Grande di Venezia: con l’esecuzione finale di una performance al Teatro di Palazzo Grassi.

   Nell’estate del 2020, durante il periodo di residenza presso Forte Marghera (polo museale che unisce la terraferma veneziana alla città lagunare) organizzata da Venice Galleries View (In-Edita – Art Studios Dedalo), Piva aveva registrato il paesaggio sonoro circostante. Una sorta di mappatura acustica, riprodotta ora in occasione della performance negli spazi interni del Museo M9.

Più precisamente si tratta di un’analisi e di una manipolazione di rilevazioni sonore. In alcuni momenti il risultato era scostante, addirittura irritante: i suoni riprodotti talvolta parevano riguardare dei motori, il nevrotizzante traffico automobilistico o la rumorosa attività di una fabbrica. Un segnale riguardante la pericolosità dell’inquinamento acustico, e la necessità di superare i limiti e gli errori del progresso industriale.

   L’attività artistica di Francesco Piva, assieme a quella di Eva Chiara Trevisan, dal dicembre 2020 è tuttora visibile presso il polo museale M9, precisamente presso lo Studio Temporaneo, spazio nato dalla collaborazione tra la Marina Bastianello Gallery ed il Museo del Novecento.

   La seconda performance intitolata “Last Call for Humanity” ha pure avuto l’obiettivo di  una presa di posizione nei confronti dello sviluppo delle società umane occidentali, collegando concetti del passato col presente. Il suo autore, Sebastiano Pelli (Volterra, 1988), dopo la maturità scientifica a Siena, consegue una specializzazione in Industrial Design (con borsa di studio) presso lo IED di Torino. Tornato in Toscana nel 2011, a Colle Val d’Elsa, inizia a realizzare sculture attraverso la saldatura di lamiere recuperate da scarti di produzione. Nel 2019 vince il terzo premio al concorso “Artefici del nostro Tempo”, evento collaterale della Biennale Arte.

   La sua azione artistica parte dall’installazione di un enorme megafono, un mezzo che nel recente passato, nel Novecento, era servito per far sentire la voce di protesta degli oppressi, della classe operaia, dei giovani, degli studenti. Ma oggi il megafono di Pelli è un mezzo per far sentire la voce della natura in pericolo a causa dello sfruttamento insensato delle sue risorse da parte del capitalismo industriale e della finanza internazionale. E serve a lanciare un monito agli esseri umani “Ultima Chiamata per l’Umanità”, per non perdere l’ultima opportunità di una conversione ambientale e politica.

   All’azione partecipa anche Francesco Macheda (nome d’arte Ai Lati), il quale coniuga dei suoni naturali con una base di musica elettronica, mentre Pelli procede alla costruzione della scultura, saldandone le lamiere. Inizialmente, vengono amplificate da una cassa altoparlante inserita nel megafono delle sonorità naturali: il silenzio, i cinguettii di uccellini, il fluire di corsi d’acqua, lo stormire delle fronde per il vento, la risacca del mare; poi tali vibrazioni armoniche vengono progressivamente  sovrastate dai rumori insidiosi tipici dell’inquinamento acustico della contemporaneità: motori a scoppio di autoveicoli, scavatrici, fabbriche, motoseghe in funzione per la deforestazione.

   Verso la fine dell’agito viene inciso sulla lamiera del megafono, con martello e punteruolo, la frase LAST CALL FOR HUMANITY, come spunto per la considerazione di quanto poco tempo abbia l’uomo per fermare la distruzione del pianeta Terra.

Fotografie di Edoardo Pilutti – edoardo.pilutti@gmail.com

Museo del Novecento M9, Marina Bastianello Gallery, Studio Temporaneo

Via G. Pascoli, 11 – 9  – 7      30171 Venezia-Mestre

www.marinabastianellogallery.com

info@m9digital.it

Arte di Edoardo Pilutti

2 Comments Lascia un commento

Ciao, lascia un commento, grazie.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: