All’Arco della Pace come alla Fondazione Prada. MILANO 2020

ALL’ARCO DELLA PACE COME ALLA FONDAZIONE PRADA. MILANO di Edoardo Pilutti

 

  Il filosofo Karl Marx preconizzava la possibilità di dedicarsi contemporaneamente ad attività produttive differenti per contrastare l’alienazione ed affermare la libertà: ad esempio dedicarsi all’agricoltura al mattino, alla filosofia al pomeriggio e magari alla creatività artistica alla sera.

   Dubito che i ristoratori presenti di fronte all’Arco della Pace siano tutti discepoli marxiani, ma, non potendo svolgere la loro attività commerciale, in questi giorni hanno inventato qualcosa di sbalorditivamente simile all’installazione presente ( e chiusa ovviamente fino a data da destinarsi) presso la Fondazione Prada  in largo Isarco, a ridosso del vecchio scalo ferroviario di Porta Romana.

   Una interminabile serie di sedie variopinte e diverse per forma, portate da bar, ristoranti e pizzerie, disposte a distanza di uno o due metri una dall’altra, occupano buona parte della piazza circolare antistante l’ottocentesco arco monumentale, piazza contornata da gradinate circolari : ciascuna ha fissato sullo schienale un foglio o un cartello con su scritto proteste ed espressioni di sconforto derivate dalla prolungata e obbligata chiusura, e dalle condizioni di distanziamento fisico che verrebbero richieste per la futura riapertura: “Se riapriamo, falliamo”.“Con queste condizioni io non apro”. E così via. Era presente solo uno degli esercenti, in rappresentanza di tanti altri, poiché il giorno prima erano stati tutti multati pesantemente per non aver rispettato le ordinanze che proibiscono gli assembramenti, onde prevenire il contagio.

   Tale scenografia ricorda in modo impressionante quella sia pur più elegante e preziosa presentata presso il Podium della Fondazione Prada (circa 20 x 30 metri) formata da sedie, tavoli e due gradinate laterali.                                                                                                                                                                                   ’   L’installazione è dell’artista Martin Kippenberger (1953-1997), è accompagnata da altri due eventi della trilogia espositiva denominata K presentati al Cinema ed alla Cisterna, e s’intitola The Happy End of Franz Kafka’s America; è del 1994, quando fu esposta inizialmente in un museo di Rotterdam.

   Viene presentata ora in Italia per la prima volta, e, nel rispetto del progetto di Kippenberger, qui sono stati aggiunti alcuni mobili rappresentativi delle arti applicate italiane. Quando creò l’opera, Kippenberger, ispirandosi al romanzo incompiuto America di Kafka, sottolineò che per la prima volta in un libro dello scrittore praghese si era profilato un lieto fine e precisò che la disseminazione di sedie e tavoli era riferita all’ultima parte del romanzo in cui si narra dei colloqui per l’assunzione di personale e artisti da parte di un circo itinerante.

   Sorprendente l’analogia con le sedie ed il tavolo disposti dai gestori della ristorazione in piazza Sempione: si tratta sempre di anelito al lavoro, l’attività che permette all’uomo di realizzarsi costruendo o fornendo servizi, e di vivere meglio ( o almeno così dovrebbe essere, se non che ora l’industrializzazione smisurata e predatoria sta portando alla distruzione del pianeta e quindi dell’umanità).

   Ancora più sorprendente è la coincidenza del periodo per cui era stata programmata questa vasta mostra articolata in una trilogia (poiché consta di altre due parti che vedremo fra poco) all’insegna dell’opera kafkiana: inaugurata mercoledì 19 febbraio avrebbe dovuto essere visitabile fino al 27 luglio 2020. Ma è stata chiusa quasi subito, per i decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, per l’avanzare della straordinaria ed in qualche modo kafkiana pandemia da Sars Cov 2. Probabilmente è stata l’ultima volta in cui si è potuto vedere in pubblico il critico Germano Celant, curatore istituzionale della Fondazione, anch’egli fra le decine di migliaia di vittime italiane dell’infezione virale respiratoria.

   Una delle altre due parti di cui si compone l’esposizione sono il film The Trial (1962), di Orson Wells (1915-1986), ispirato al romanzo kafkiano Il Processo, e interpretato da A. Perkins, R. Schneider, J. Moreau, A. Foà e P. Mori. Il film viene proiettato nella sala cinematografica completamente oscurata, suscitando così più forti emozioni (ricordo con nostalgia e come qualcosa di prezioso e oggi irripetibile, il sorriso di una delle due ragazze che mi si sedettero a fianco nel buio), ed è abbastanza fedele al romanzo in cui il protagonista Joseph K. non è colpevole rispetto alle vaghe ma pesanti accuse che gli vengono mosse da misteriosi inquirenti, ma è colpevole in quanto fa parte della società colpevole di non riuscire a vincere le ingiustizie ed il male, società di cui inevitabilmente fa parte.

   La terza parte del trittico espositivo organizzato dal curatore Uto Kittelmann, consiste in una colonna sonora ispirata al romanzo Il Castello di Kafka: negli spazi della Cisterna, che potrebbero ricordare i saloni fortificati di un castello, viene diffusa incessantemente la musica composta dal gruppo Tangerine Dream nel 2013, intitolata Franz Kafka The Castle. Si tratta di una decina di brani dalla coloritura epica e misteriosa, inaspettatamente belli, composti da Edgar Froese (1944 – 2015), il fondatore del gruppo di musica elettronica d’ambiente, assieme a Thorsten Quaeschning. I visitatori possono adagiarsi su accoglienti poltrone circolari, caratterizzate da una imbottitura monocroma estremamente sgargiante, disposte distanziate (è quasi preveggenza!) su un pavimento rivestito interamente di uno spesso e morbido tessuto blu oltremare. La musica dei Tangerine Dream è solenne, energetica e rilassante allo stesso tempo, pur essendo ispirata ai tentativi vani di raggiungere un castello da parte di K., protagonista del romanzo kafkiano.

Fotografie e testo di Edoardo Pilutti                             edoardo.pilutti@gmail.com

Informazioni: visit.milano@fondazioneprada.org   Largo Isarco, 2  Milano tel. 02/56662612

http://www.fondazioneprada.org

Rispondi