METAFISICA A VENEZIA Aprile 2020

METAFISICA A VENEZIA di Edoardo Pilutti

   Scivolare silenziosamente col battello sull’acqua pacata. Vedere sfilare i palazzi patrizi specchiantisi sul Canal Grande. Approdare e sbarcare in Riva degli Schiavoni, vuota e spopolata. Nessun marinaio lungo l’imbarcadero, nessun altro passeggero.

   Palazzo Ducale, Palazzo delle Prigioni, e a fianco i grandi alberghi: tutti serrati. Rarissimi passanti frettolosi oltrepassano un epico monumento equestre, diretti verso una destinazione domestica, mascherati non per un carnevale ormai dimenticato ma per obbedire alle nuove regole, per scongiurare il contagio.

   Contaminazione, quante volte è stata usata spavaldamente ma impropriamente questa parola da curatori, galleristi ed anche artisti per indicare, con un certo furbo compiacimento, il raccordo fra tecniche espressive differenti,  o la combinazione fra più stili. Ecco ora la vera contaminazione aleggiare invisibile nel sole caldo d’aprile, dopo aver portato a morte, per infezione e varie complicazioni, ventisettemila (fino ad oggi, secondo i dati ufficiali non del tutto attendibili) nostri connazionali e centinaia di migliaia di uomini e donne in tutto il mondo.

   Le gondole funeree legate alle paline, i pontili sbarrati. Alghe si addensano dal fondale alla superficie, presso la riva. Tutto resta immobile sul Canale di San Marco fin verso l’isola di San Giorgio e più in là verso il Lido: inconsueta e stupefacente la  totale assenza di moto ondoso. Qualcosa di spaventoso che accade in un ambiente familiare, che ci è familiare: ecco il perturbante.

   Il fantasma della contaminazione aleggia in una  piazza San Marco incantata, dove tutto appare esattamente come poteva essere secoli addietro: scomparse le folle di turisti, svanite le attività commerciali come se un novello Redentore fosse sceso a scacciare i mercanti dalla piazza antistante la basilica.

   Solo due agenti di Pubblica Sicurezza, con  moderna  divisa, mi vengono incontro: salutano, chiedono i permessi, l‘ autocertificazione, un   documento. Esaminatili, augurano buon lavoro e proseguono la ronda. Unica testimonianza del presente.

   La grande piazza, il salotto di Venezia, appare tagliata da ombre nette e forti, come in uno dei vari quadi metafisici di Giorgio de Chirico , per la serie delle Piazze d’Italia. Paesaggi architettonici senza tempo, misteriosi ma inondati di luce, in cui mi pare ora di essere immerso, diventando parte dell’enigma.                                                                                                                             

Al posto della locomotiva sbuffante, un motoscafo della Polizia di Stato naviga lentamente in lontananza, perlustrando lo specchio del bacino.                                                                            

La basilica della Madonna della Salute, eretta dai veneziani a partire dal 1631, come ringraziamento per la liberazione da una pestilenza, offre una selva di angeli e santi in pietra d’Istria, che tendono le braccia ai sopravvissuti dalla sommità di cupole e frontoni, proponendosi come intermediari fra la gente ed il cielo.                                                                                                      

Più in là due moto d’acqua cavalcate da due agenti in divisa pattugliano flemmaticamente il Canal Grande, mentre su qualche balcone o addirittura su un davanzale, sola e isolata sta seduta una giovane a prendere il sole; un’altra illuminazione: ora sono dentro un dipinto di Edward Hopper!

   Stesso effetto di solenne straniamento viene dato dal ponte di Rialto e dalla Loggia del mercato del pesce, anch’essi con tutti i negozi chiusi e deserti, fatta eccezione per un drappello militare di guardia sotto i portici, ed un motoscafo della Polizia Locale ormeggiato vicino, mentre a riva un sanificatore ben protetto da una tuta bianca disinfetta il selciato.

   Dal Fontego dei Turchi la piroga scavata in un unico tronco di quercia, risalente a subito dopo l’anno Mille, guarda i rari passeggeri transitare tranquillamente a bordo di un vaporetto di fronte al Museo di Storia Naturale. Si rinforza così un sospeso senso di attesa che tutto pervade.

   Mi vengono in mente i primi versi della recente poesia “Nove marzo duemilaventi”  di Mariangela Gualtieri.

Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare.

fotografie di Edoardo Pilutti          edoardo.pilutti@gmail.com

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