La Biennale di Venezia, arte. L’Arsenale nord – 2019

LA BIENNALE DI VENEZIA ARTE 2019.                                                                               L’ARSENALE NORD, SECONDA PERFORMANCE FUORI PROGRAMMA .                              di EDOARDO PILUTTI

 

Dopo aver percorso oltre un chilometro tra le opere dei 79 artisti invitati alle Corderie, all’interno delle Sale d’Armi col Progetto Speciale, oltre i saloni delle Gaggiandre, le sale delle Artiglierie, oltre la darsena coperta, i capannoni delle Tese delle Vergini ed il Giardino delle Vergini, disseminati se non colmi di opere d’arte delle partecipazioni nazionali, compreso il Padiglione Italia di cui diremo più avanti, giunti con un traghetto all’Arsenale Nord a sua volta ricco di opere d’arte distribuite però in pochi saloni oltre che all’aperto, abbiamo potuto assistere alla nuotata (all’interno del canale che porta alla darsena) di una improvvisata bagnante che non ha esitato a spogliarsi e ad immergersi seminuda nelle acque salmastre ancora fredde (era il 10 maggio, la temperatura esterna era circa sui 20 gradi e nei giorni precedenti era piovuto a dirotto), per una performance di quasi un quarto d’ora in mezzo a tanta gente coperta di maglioni e giubbetti.

Ci è sembrato davvero uno spettacolo gradito e straordinario, un fenomeno dell’umanità, una scoperta dell’ “altro da sé” (come affermava nella dichiarazione preliminare il presidente Paolo Baratta) o dell’Altro con la A maiuscola (come si usa dire nel linguaggio psicoanalitico d’avanguardia). Insomma ci è sembrato un vero superamento delle convenzioni, “un mettere in discussione le norme culturali” e “un’apertura allo scambio, un catalizzatore che invita al dialogo” come affermava in precedenza il curatore Ralf Rugoff a proposito della funzione svolta dalle opere degli artisti da lui selezionati. Quella prestazione di immersione nella natura ci è parsa possedere valenze artistiche ancor più autentiche di tante opere (installazioni e video) esposte. E poco distante una serie di gigantesche sculture dalla forma di avambracci e mani si congiungevano in tono trionfalistico, protese sull’acqua, non certo per una chiatta del MOSE lì ormeggiata.

Albania, Arabia Saudita, Argentina, Cile, Repubblica Popolare Cinese, Emirati Arabi Uniti, Filippine, Georgia, Ghana, Granducato di Lussemburgo, India, Indonesia Irlanda, Italia, Repubblica del Kosovo, Lettonia, Madagascar, Malta, Messico, Perù, Singapore, Repubblica di Slovenia, Repubblica del Sudafrica, Turchia, Ucraina, sono i 25 paesi che hanno allestito i loro padiglioni nazionali all’Arsenale (dislocati fra Gaggiandre, Sale d’Armi, Artiglierie e Tese delle Vergini) con artisti che spaziano dalle Installazioni realistiche come la bancarella di frutta delle Filippine ai dipinti post espressionistici del Ghana, dalle installazioni di polverose bottiglie di kounellisiana memoria a installazioni frammentarie e astratte.

Per quanto riguarda la mostra al Padiglione Italia, il suo titolo “Né altra Né questa già lascia disorientati per l’inversione dei termini ( usualmente si direbbe : né questa, né altra ) che comunque sono sospesi nel loro significato, non si capisce esattamente a cosa si riferiscano; lascia disorientati anche per l’uso di una categorica negazione ripetuta con la maiuscola. Nell’allestimento labirintico nessuna delle vie percorribili attraverso l’esposizione è quella necessariamente giusta, ciascun percorso va bene, anche se è elevato il rischio di perdere la visione di qualche lavoro.

Il sottotitolo La Sfida al Labirinto è tratto da un saggio di Italo Calvino del 1962, in cui lo scrittore elaborava la metafora del labirinto per rappresentare un mondo in cui stavano per perdersi i riferimenti e le ideologie tradizionali, e nel quale era sempre più difficile districarsi.

Ma davvero labirintica è anche la stessa città di Venezia, dove i numeri civici sono assegnati secondo itinerari non lineari, quindi potremmo ipotizzare che la sfida del curatore Milovan Farronato (che ha ben pensato di trasferirsi a Londra) sia proprio alla città di Venezia, forse all’Italia tradizionalista intera, col suo apparire Né maschio Né femmina, ma emanante un intrigante carisma di critico d’arte d’avanguardia che lo lascia essere gradevole e seducente come una bella donna dai lunghi capelli, di gran lunga più interessante di tante delle opere esposte.

I tre artisti invitati (Enrico David, Chiara Fumai, Liliana Moro) nel labirinto della mostra mescolano i loro lavori rendendone non facile l’attribuzione, provocando senso di smarrimento, incertezza e confusione.

Tra fogli di giornale appesi alle pareti con scritte varie talvolta simili a scarabocchi e sculture più o meno comprensibili, si evidenziano un’installazione con strani tavoli ed ombrelloni da spiaggia, una spada nella roccia di cristallo, e una scena scultorea in cui un uomo parrebbe essere in procinto di avere un rapporto sessuale con un manichino in legno Né maschio, Né femmina.

Usciti fiaccati dal Padiglione Italia, il colpo di grazia ci viene dato da un barcone con una vistosa falla nella chiglia, tirato in secco sul molo interno all’Arsenale.

Si tratta di un’opera dello svizzero Christoph Buchel, intitolata Barca Nostra, che consiste nel relitto di una piccola nave affondata nel Canale di Sicilia il 18 aprile 2015, con alcune centinaia di persone a bordo, tutte morte annegate.

 

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58 Esposizione Internazionale d’Arte   La Biennale di Venezia

fino al 24 novembre 2019

 

 

Testo e foto di Edoardo Pilutti                                   edoardo.pilutti@gmail.com

Arte di Edoardo Pilutti

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