Casorati
Palazzo Reale Milano
di EDOARDO PILUTTI
È tutta colpa della psicoanalisi.
Dal disfacimento di tanta arte contemporanea, al comportamento squinternato di tanti politici e capi di Stato.
È la psicoanalisi che ha messo in luce come la costruzione della civiltà e della cultura poggi su un essere umano che nasce perverso polimorfo.
Le scoperte, innumerevoli, fatte dalla psicoanalisi, sono poi state assorbite come per osmosi dalle società occidentali attraverso le membrane porose della pubblicità, dello spettacolo, dei mezzi di comunicazione di massa.
È quindi con grande piacere che ci si immerge nell’esposizione delle pitture di Felice Casorati, allestita nelle sale di Palazzo Reale a Milano, poiché le opere del grande maestro da un lato mantengono un rasserenante equilibrio formale, ma dall’altro trasmettono una sottile inquietudine, prima presagio e poi testimonianza e conseguenza, di ben due guerre mondiali e di allora nascoste tensioni evolutive nei rapporti uomo – donna.
Felice Casorati nasce a Novara nel 1883 da Francesco e Carolina Borgarelli. Durante l’infanzia e l’adolescenza si trasferisce con la famiglia (a Reggio Emilia e Sassari) al seguito del padre, ufficiale di carriera, sino a giungere, nel 1915, a Padova, dove frequenta il liceo classico e dove, nel 1906, si laurea in Giurisprudenza. In questa città inizia il suo apprendistato artistico sotto la guida del pittore Giovanni Vianello.
Nel 1907 è presente per la prima volta alla Biennale di Venezia con il Ritratto di signora (Ritratto della sorella Elvira). Tra il 1907 e il 1911, con la famiglia, vive a Napoli, e dal 1911 a Verona, dove frequenta l’ambiente artistico più avanzato e influenzato dalle Secessioni di Monaco e di Vienna; si avvicina inoltre ai giovani artisti di Venezia che gravitano intorno a Ca’ Pesaro, dove espone nel 1913 in una sala personale e dove torna ad esporre nel 1919.
Sarà presente alle Biennali veneziane nelle edizioni del 1909, 1912 e del 1914, all’Esposizione Internazionale di Valle Giulia a Roma nel 1911 e alle edizioni del 1913 e del 1915 della Secessione Romana.
Alla fine del 1915, in piena Prima Guerra Mondiale, Casorati va sotto le armi, in Trentino. Nella primavera del 1919, dopo la tragica morte del padre, Felice Casorati, con la madre e le due sorelle Elvira e Giuseppina, abbandona Verona per trasferirsi a Torino, nella casa-studio di via Mazzini, dove abiterà tutta la vita. La guerra e il suicidio del padre lasceranno nell’artista un segno profondo, che si rifletterà anche nell’atmosfera tesa, severa e angosciata delle grandi tempere del 1919-1920.
A Torino stringe una solida amicizia con il giovane Piero Gobetti, che cura e pubblica nel 1923 la prima monografia a lui dedicata con il titolo Felice Casorati pittore. Collabora alla sua attività editoriale e, nell’aprile del 1922, è tra i firmatari, su «Rivoluzione Liberale», diretta da Gobetti, di un appello rivolto ai giovani intellettuali per far nascere una cultura e una società spiritualmente rinnovate.
Nel 1920, dopo aver rinunciato a partecipare alla Biennale di Venezia ed essere stato escluso da Ca’ Pesaro per cavilli burocratici, promuove una sorta di esodo secessionista concretizzatosi nella «Mostra degli Artisti dissidenti di Ca’ Pesaro» nella galleria Geri Boralevi in piazza San Marco.
Diventa protagonista e promotore della vita culturale e artistica torinese: suscitano scalpore le sue opere esposte nel 1919 alla Promotrice, nel 1921 alla Mole Antonelliana e nel 1923 alla Quadriennale del Valentino, dove, nella sala IX di cui è responsabile, ha invitato ad esporre De Chirico, Carrà, Tosi, Conti, Viani e i giovani pittori torinesi Chessa, Menzio, Levi, Galante e Morando.
Conosce Riccardo Gualino che gli commissiona il proprio ritratto e quello dei familiari e lo incarica del progetto per il teatro privato della propria abitazione. Il teatrino, disegnato e realizzato in collaborazione con l’architetto Alberto Sartoris, sarà inaugurato nel 1925. Apre in via Galliari 33 la Scuola libera di Pittura di Felice Casorati, che diverrà un luogo non solo di formazione artistica per gli allievi che la frequentano ma anche un punto di incontro di pittori e intellettuali. Nel 1926 diverrà sua allieva la pittrice Daphne Maugham, che sposerà nel 1931, anno in cui acquisterà la casa di Pavarolo, sulla collina torinese. Nel 1934 nascerà il figlio Francesco.
Nel 1924 è invitato con una sala personale alla Biennale di Venezia, presentato da Lionello Venturi (sarà ancora presente a numerose edizioni dell’esposizione veneziana, con una personale nel ’38, ’42, ’52, ’64). Dal 1924 espone al Carnegie Institute di Pittsburgh dove sarà presente con continuità sino al 1938 e di nuovo nel 1950.
Nel 1925 esce, nelle edizioni Hoepli, la monografia Felice Casorati di Raffaello Giolli, e in quell’anno fonda, insieme agli architetti Rigotti e Sartoris e al pittore Sobrero, la Società di Belle Arti «Antonio Fontanesi».
A partire dal 1926, pur se in una posizione indipendente, è presente alle mostre del Novecento Italiano organizzate in Italia e all’estero da Margherita Sarfatti e dal 1931 alle Quadriennali romane. In quegli anni espone in numerose rassegne internazionali.
Nel 1933 è chiamato da Guido Maria Gatti e Vittorio Gui a collaborare come scenografo al Maggio Musicale Fiorentino e disegnerà scene e costumi per «La Vestale» di Spontini. Per Casorati è l’inizio della sua attività di scenografo, che si protrarrà per un ventennio, lavorando, in particolare, con i musicisti Casella, Malipiero, Petrassi, Ghedini, Dallapiccola.
Collabora alla selezione delle opere per la sezione del Novecento della grande mostra d’arte italiana dei secoli XIX e XX, a Parigi, al Jeu de Paume, curata da Antonio Maraini, cui partecipa con cinque sue opere. Esegue un vasto mosaico per il Padiglione Italiano all’Esposizione Universale di Bruxelles del 1935. Nel 1936 il governo ungherese gli conferisce una medaglia per «l’altissimo valore artistico delle sue opere» presenti all’Esposizione d’Arte Italiana a Budapest.
L’antologica allestita nel gennaio del 1937 presso la Stampa di Torino, con trentun lavori dal 1920 al 1936, suscita scandalo nel pubblico torinese più tradizionalista.
È presente, nel 1937, a Parigi, nel padiglione italiano, dell’Esposizione internazionale e a Berlino, alla Preussische Akademie der Künste per l’«Arte italiana dal 1800 ai contemporanei»; nel 1939 a San Francisco, per «Golden Gate International» e a Londra, in «Contemporary Painting in Europe».
Esce nel 1940, nelle edizioni Hoepli di Milano, la monografia Felice Casorati con testo di Albino Galvano. Nel 1954, viene pubblicata dall’editore Accame di Torino, la monografia Felice Casorati con testo di Italo Cremona. Nel 1964, dall’editrice Teca di Torino, Casorati con testo di Luigi Carluccio.
Nel 1941 è nominato docente di pittura all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, di cui nel 1952 diventerà direttore e nel 1954 presidente.
Nel 1954 il Centro Culturale Olivetti di Ivrea ospita una sua antologica presentata da Luigi Carluccio.
Nel 1955 partecipa alla prima edizione di Documenta di Kassel; nel 1980 alla mostra «Les Realismes 1919-1939” a cura di Jean Clair, al-Centre Georges Pompidou di Parigi che, nel 1981, viene trasferita al Staatliche Kunsthalle di Berlino.
La sua opera sarà presente in tutte le principali manifestazioni espositive in Italia e all’estero, mentre si susseguono i riconoscimenti in occasione delle tante mostre monografiche.
Nel 1961 viene colpito da una grave malattia cardiocircolatoria. Muore nella sua casa a Torino il primo marzo del 1963.
La grande mostra presente a Milano, promossa dal settore Cultura del Comune, è prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte in collaborazione con l’Archivio Casorati, per la cura di Giorgina Bertolino, Fernando Mazzocca e Francesco Poli, tra i maggiori esperti della poetica di Felice Casorati.
Sono quattordici le sale che ripercorrono cronologicamente le diverse fasi della sua produzione artistica, dagli esordi simbolisti fino alla fine degli anni Cinquanta, per un totale di oltre cento opere esposte: vi sono dipinti su tela e su tavola, disegni, sculture e bozzetti per scenografie teatrali, provenienti da prestigiose collezioni pubbliche e private, tra cui la GAM di Torino, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, la Galleria Internazionale d’Arte Moderna Ca’ Pesaro di Venezia, il Museo del Novecento di Milano, il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, il Museo Revoltella Galleria d’Arte Moderna di Trieste e la Galleria d’Arte Moderna Achille Forti di Verona.
Una delle prime sale è intitolata alle grandi tempere 1918-1920; un’altra è dedicata alla grande tempera su tela Silvana Cenni, uno dei suoi quadri più conosciuti, un ritratto di una donna immaginaria con un nome di fantasia, quasi il fantasma (in senso psicoanalitico lacaniano, come a dire le fantasie inconsce attraverso cui, come delle lenti, ogni soggetto percepisce il mondo) di una donna autorevolmente ieratica, assisa imperiosamente su una sedia che pare un trono. In questa stessa sala sono esposti altri lavori che si confrontano col maestro rinascimentale Piero della Francesca e con Cézanne.
In un’altra ancora, intitolata La Primavera della Pittura, sono raggruppati quadri eseguiti tra il 1927 ed il 1932 connotati da un luminoso tonalismo atmosferico, talvolta con personaggi immersi in un dialogo silenzioso.
La sala numero 7 richiama la personale dell’artista alla Biennale di Venezia del 1924, vi risalta Meriggio, uno dei suoi dipinti cardine che in qualche modo fu ripreso da Cagnaccio di San Pietro per un altro capolavoro del Realismo Magico (Dopo l’orgia, 1928) in cui le pantofole ed il cappello in primo piano divengono cardinalizie.
La sala numero 10 riguarda Le Figure Melanconiche, opere eseguite tra il 1931 ed il 1937, caratterizzate da un’attitudine silenziosamente meditativa e da un intimo smarrimento delle donne raffigurate.
La sala intitolata L’Enigma di Narciso presenta degli oli su tela poco conosciuti, risalenti agli anni 1937-1944, da cui trapela un’inquietante tensione probabilmente collegata anche alle tragedie della guerra; lo straordinario è che ciò viene espresso attraverso scene di vita domestica, come nel Nudo di schiena (olio di raffinata eleganza formale), e come nel sorprendente Narciso in cui un adolescente esibisce la propria nudità, mentre due ragazze costernate fanno da spettatrici.
Straordinaria la sala Conversazioni Platoniche che comprende due grandi tele in cui due figure, una maschile e l’altra femminile, sprigionano un effetto di arcano erotismo.
Va ricordato che nel sistema filosofico di Platone, l’amore coniugale era governato dallo stato, era l’amministrazione della Repubblica a scegliere come dovevano accoppiarsi uomini e donne, chi con chi, senza lasciare spazio ad alcuna preferenza individuale.
Ecco, quindi, che il quadro assume un significato anche ironico, laddove una conversazione potrebbe essere intesa come preliminare ad un congiungimento carnale.
Senza dubbi è nella rappresentazione di corpi in relazione gli uni con gli altri dove Casorati raggiunge vette artistiche insuperabili, riuscendo a trasmettere anche interrogativi sul processo psicodinamico di identificazione sessuale (Ritratto di Renato Gualino, 1923 – 1924) che, se fossero recepiti appunto come interrogativi, permetterebbero un dialogo fra le estreme posizioni opposte degli intransigenti tradizionalisti ottusamente vittoriani e quelle delle minoranze omosessuali o stravaganti, talvolta provocatoriamente esibizioniste.
fotografie di Edoardo Pilutti edoardo.pilutti@gmail.com
CASORATI
dal 15 febbraio al 29 giugno 2025
Palazzo Reale
Piazza Duomo, Milano
Catalogo Marsilio Arte
